Sono trascorsi venticinque anni dall'11 settembre 2001, quando diciannove dirottatori trasformarono quattro aerei di linea in armi e uccisero quasi tremila persone tra le Torri Gemelle, il Pentagono e la Pennsylvania. Da allora Osama bin Laden è stato ucciso nel 2011 in Pakistan, Ayman al-Zawahiri è stato eliminato undici anni più tardi a Kabul e il sedicente «Califfato» dello Stato Islamico è stato smantellato. Eppure, secondo un'analisi diffusa a ridosso dell'anniversario, sarebbe un errore pericoloso scambiare la sconfitta dei capi con la scomparsa dell'ideologia che li ha generati.
Al Qaeda ha perso il centro della scena, non la capacità di sopravvivere. La struttura che il 11 settembre 2001 fu in grado di concepire e dirigere dal centro un attacco di dimensioni apocalittiche contro gli Stati Uniti è stata devastata dalla risposta internazionale: ha perso comandanti, basi, uomini, denaro e libertà di movimento. Ma quando essere una grande organizzazione gerarchica è diventato troppo pericoloso, la rete si è frammentata. Quando i leader sono diventati bersagli da inseguire con satelliti, intercettazioni, informatori e droni, il centro ha perso importanza. Quando il marchio Al Qaeda è diventato sinonimo di caccia globale, sono cresciute le ramificazioni locali.
Il risultato è una minaccia diversa: meno spettacolare, più dispersa, spesso profondamente intrecciata alle guerre e alle crisi dei territori in cui opera. E proprio per questo difficile da estirpare. Uno degli epicentri più preoccupanti è oggi l'Africa. Nel Sahel, Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, coalizione jihadista legata ad Al Qaeda, ha saputo sfruttare instabilità politica, povertà, conflitti etnici, frontiere immense e debolezza delle istituzioni. Il terrorismo prospera esattamente dove lo Stato arretra: non ha bisogno di conquistare Manhattan, gli basta insinuarsi in una provincia dimenticata, controllare strade, terrorizzare villaggi, imporre tributi, sequestrare persone, reclutare giovani senza prospettive e presentarsi come potere alternativo.
Nello Yemen continua a esistere Al Qaeda nella Penisola Arabica, una delle organizzazioni che più a lungo ha coltivato l'ambizione di colpire anche fuori dal proprio territorio. Nell'Asia meridionale sopravvivono altre strutture e reti riconducibili alla tradizione qaedista. Non esiste più, insomma, soltanto «Al Qaeda» come la ricordiamo dalle fotografie di bin Laden nelle montagne afghane: esiste un ecosistema, ed è quell'ecosistema il vero problema.
Per anni sembrò addirittura che Al Qaeda fosse diventata vecchia. Lo Stato Islamico le aveva rubato la scena, con una propaganda più aggressiva, un'esibizione della violenza più brutale e un uso più efficace dei social network. Riuscì nell'impresa terrificante di attirare migliaia di simpatizzanti e combattenti e di conquistare vaste porzioni di Siria e Iraq, proclamando un sedicente «Califfato». Al Qaeda e Isis divennero concorrenti nello stesso universo estremista. Poi anche lo Stato Islamico venne colpito duramente: perse il territorio che controllava, molti dei suoi dirigenti furono eliminati e la sua struttura venne ridimensionata. Ma ancora una volta è emersa una lezione che non dovrebbe essere dimenticata: si può distruggere un territorio controllato dai terroristi senza distruggere automaticamente l'idea che li ha generati.
Persino stabilire chi comandi oggi realmente Al Qaeda dice qualcosa sulla sua trasformazione. Il nome indicato da anni come probabile successore di al-Zawahiri è quello di Saif al-Adel, egiziano, veterano della galassia jihadista e figura estremamente riservata. Non è il nuovo bin Laden, e forse Al Qaeda non ha neppure interesse ad averne uno. Un capo onnipresente, riconoscibile e continuamente impegnato a diffondere proclami sarebbe anche un bersaglio. Molto meglio sopravvivere lontano dai riflettori mentre le organizzazioni affiliate combattono le proprie guerre. La debolezza del centro può trasformarsi così, paradossalmente, in una forma di resilienza.
Poi c'è la Siria, che obbliga a ragionare su una trasformazione ancora più complessa. Qui una parte del jihadismo proveniente dalla storia di Al Qaeda ha progressivamente modificato linguaggio, immagine e strategia, prendendo formalmente le distanze dall'organizzazione internazionale e cercando di presentarsi come forza politica e di governo. È una metamorfosi che impone grande attenzione, perché cambiare uniforme non significa necessariamente cancellare il passato. Quando un movimento estremista cerca riconoscimento politico, la comunità internazionale deve giudicarlo soprattutto attraverso i comportamenti: rispetto delle minoranze, libertà religiosa, diritti delle donne, tutela dei civili e rinuncia effettiva alla violenza.
Venticinque anni dopo quella mattina, il bilancio è dunque ambivalente. Regimi sono caduti, guerre sono state combattute, migliaia di miliardi di dollari sono stati spesi, eserciti e servizi di intelligence sono stati mobilitati, migliaia di terroristi sono stati arrestati o uccisi. Eppure il jihadismo ha dimostrato una capacità di adattamento che sarebbe irresponsabile sottovalutare. L'Occidente non può permettersi di dimenticarlo: la minaccia non è scomparsa, si è solo trasformata.