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Legge elettorale, due Italie inconciliabili si preparano al voto

Il dibattito sulla nuova legge elettorale rivela una distanza mai così ampia tra gli schieramenti. Destra e sinistra si preparano a una competizione senza compromessi, mentre le rispettive basi radicalizzano le posizioni.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

La legge elettorale in gestazione in Parlamento si fonda su un principio che, secondo il centrodestra, è l'unico possibile: o vince e governa uno schieramento, o vince e governa l'altro. Ogni ipotesi di compromesso tra i due cartelli, o anche solo tra i loro partiti maggiori, viene considerata impraticabile. Alle prossime elezioni, si legge in un'analisi politica, si fronteggeranno due Italie non solo opposte, ma inconciliabili.

Il punto è che un eventuale accordo tra le forze politiche potrebbe riguardare l'elezione del presidente della Repubblica, come è avvenuto più volte in passato, o qualche altro tema specifico. Non potrebbe invece riguardare il programma di governo, dove l'unico metodo di convivenza possibile sarebbe la paralisi e il veto reciproco. Da qui all'apertura dei seggi, secondo questa lettura, le distanze potranno solo aumentare.

In questo quadro, il centrodestra sta definendo la propria strategia. La destra avrebbe già concesso troppo spazio a Roberto Vannacci e l'operazione di apertura verso l'elettorato moderato dovrebbe ora passare soprattutto da Forza Italia, un compito cruciale perché ogni voto conquistato nell'area di centro vale doppio. Fratelli d'Italia e Lega avrebbero invece il compito di arginare la fuga verso destra, presidiando i temi identitari.

Su questo terreno si muovono provvedimenti come il tetto alla quota di alunni stranieri nelle classi, annunciato da Giorgia Meloni, e il divieto dell'uso del burqa rilanciato dalla Lega. Sono misure che, secondo l'analisi, appartengono al dna dei due partiti e servono a marcare la differenza rispetto all'opposizione.

La distanza non riguarda solo i temi concreti, ma anche le parole d'ordine e i valori. L'idea di Patria e quella di Nazione dei due schieramenti vengono descritte come incompatibili non per una questione di maiuscole, ma perché la sinistra di Elly Schlein le giudica pericolose, considerandole prodotti del cosiddetto «fascismo eterno» teorizzato da Umberto Eco. Da questa divergenza nasce una concezione opposta della cittadinanza: per la destra è un traguardo che l'immigrato deve conquistare dimostrandosene degno, per l'area progressista è un diritto per chi arriva, indipendentemente dalla lingua che parla e dalle sue posizioni sulla democrazia, sulle donne e sulla libertà religiosa.

Allo stesso modo si contrappongono la cultura del merito e dell'impresa e l'utopia ugualitaria del Sessantotto, tema su cui è intervenuta la premier. E ancora la libertà di trasmettere ai figli quanto guadagnato in una vita di lavoro contro l'introduzione di nuove imposte patrimoniali e di successione, sostenute anche dai giovani del Movimento 5 Stelle.

Queste differenze, si sottolinea, non sono emerse ora: ci sono sempre state. Ma da decenni non erano così ampie, perché la sinistra che oggi aspira a governare parlerebbe come la sinistra estrema della prima Repubblica. E sembrerebbe così normale che da quella parte solo pochissimi, ignorati dagli altri, alzerebbero la mano per sollevare il problema.

Gli episodi citati a sostegno di questa tesi sono diversi. Ospite dei Cinque Stelle a Milano, Francesca Albanese ha definito «infame» il disegno di legge sull'antisemitismo, ricevendo applausi. Alessandro Di Battista sarebbe pronto a occupare gli spazi del terzomondismo anti-occidentale che qualcuno pensava archiviato con il Novecento. La segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, ha spiegato la propria idea di Patria con parole che hanno imbarazzato persino Romano Prodi: «Non saremo i soldati delle vostre guerre. Noi organizzeremo i disertori». Prodi ha provato a cavarsela sostenendo che quelle parole sono «fuori dal disegno che il Pd porta avanti».

Secondo l'analisi, però, quella della ventottenne padovana sarebbe la voce del nuovo mainstream dell'opposizione, mentre fuori dagli schemi del Pd sarebbe il professore bolognese, che non l'avrebbe capito o non vorrebbe accettarlo. La competizione interna al Campo largo non verrebbe considerata un'attenuante, ma un'aggravante, almeno per i democratici, perché sarebbe colpa loro se la contesa si è ridotta a una gara a chi rappresenta meglio la purezza di sinistra.

Il risultato è che oggi le due Italie sarebbero definite con una chiarezza che non si vedeva da tempo. Non esisterebbe alcuna zona di sovrapposizione e, secondo questa lettura, scegliere chi votare non dovrebbe essere difficile.