Wireva

ecoLogicStudio usa organismi viventi per progettare spazi più sani

Lo studio londinese ecoLogicStudio, fondato da Claudia Pasquero e Marco Poletto, sviluppa architetture che integrano alghe, funghi e cianobatteri per purificare l'aria, produrre energia e trasformare gli spazi abitativi.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

Nel 2025 una piccola foresta è comparsa nel Triennale Design Museum di Milano. Si chiama DeepForest³, è un progetto dello studio di design londinese ecoLogicStudio, cofondato da Claudia Pasquero e Marco Poletto, ed è stato presentato nell'ambito della mostra «We the Bacteria: Notes Toward Biotic Architecture», curata da Beatriz Colomina e Mark Wigley, autori anche del volume omonimo. A prima vista sembrava che alcuni giovani alberi fossero spuntati dai pavimenti lucidi del museo, ma l'installazione era in realtà un'ipotesi su come lo spazio domestico potrebbe essere trasformato da processi propri della natura.

Poletto descrive il sistema come un «sistema vivente biotecnologico pienamente funzionante e tangibile, fondato sui cicli metabolici di alghe e funghi». Dai cianobatteri di un verde intenso e dai licheni che crescono su una panca di sughero si può risalire, come su un sentiero coperto di funghi, al percorso dello studio. Dal 2005, anno di nascita del duo, Pasquero e Poletto propongono un ambiente costruito che sfrutta le capacità della natura: alghe che purificano l'aria, funghi che digeriscono i rifiuti, isolanti che crescono da soli. L'obiettivo è un'architettura che cresce insieme all'ambiente invece di opporsi ad esso.

Il primo esempio risale a circa dieci anni fa, all'Expo Milano 2015, nel Future Food District, dove nella piazza centrale fu eretto un padiglione di pannelli triangolari attraversati da un flusso di alghe verdi. Il progetto, chiamato Urban Algae Folly, offriva ombra grazie alla crescita della spirulina, un'alga molto nutriente per le persone e capace di catturare efficacemente la CO₂. Il sistema funziona in simbiosi con il sole e con le persone: nelle giornate di sole cresce più alga nella membrana della copertura e, quando qualcuno si ferma sotto per ripararsi, l'anidride carbonica che emette continua ad alimentare l'impianto. Le alghe diventano così collaboratrici attive nella definizione dell'ambiente, trasformando un padiglione in un sistema vivente che consuma carbonio.

A Nyon, in Svizzera, lo studio ha sviluppato quello che definisce «il primo giardino sanitario biotecnologico al mondo, che combina colture di alghe purificatrici dell'aria con piante medicinali». Si tratta di una struttura circolare simile a una tenda, realizzata con tessuto semitrasparente, che offre un rifugio a chi la frequenta. Lungo la circonferenza sono disposti 36 grandi bioreattori in vetro borosilicato, che contengono 350 litri di colture vive di alga Chlorella capaci di filtrare un flusso di aria inquinata di 150 litri al minuto. Il progetto mette in discussione l'idea che gli spazi sani debbano essere sterili: gli organismi viventi diventano infrastruttura essenziale, e salute ecologica e salute umana si rivelano interconnesse.

Il lavoro dello studio si è esteso anche alla scala urbana con CryoflorE, un modello di giardinaggio cibernetico della città realizzato in collaborazione con il Synthetic Landscape Lab dell'Università di Innsbruck. Presentato nell'ambito della Solar Biennial 2025, «Soleil·s», al MUDAC, il progetto assume la forma di un modello quasi esagonale che ricorda un paesaggio urbano in miniatura, con grattacieli ricoperti di cianobatteri. Qui gli organismi catturano e convogliano gli elettroni generati dalla fotosintesi in correnti elettriche che scorrono lungo fili di rame incorporati nel tessuto urbano. Sfruttando il potenziale dei cianobatteri nella produzione di energia e nella cattura della CO₂, lo studio muove i primi passi verso la simulazione di una città alimentata da reti di energia bio-solare.

Nel presentare DeepForest³, Pasquero ha osservato: «Siamo sempre più consapevoli che la nostra natura è cyborg e collettiva, e che la nostra identità va ben oltre i confini del corpo. Siamo ecosistemi microbici, siamo reti algoritmiche. È una conseguenza necessaria che la nostra casa diventi un'estensione di questi ecosistemi e di queste reti. La nostra casa è il nostro microbioma». L'installazione, collocata nel piano superiore inondato di luce del museo milanese, appare come un'astrazione di una foresta: non ci sono foglie, terra o muschio, ma una disposizione accurata di tronchi che ricordano le betulle, privati dei rami e disposti in verticale. Il messaggio dell'opera è che lo spazio abitativo del futuro potrebbe essere un organismo da coltivare, più che un volume da riempire di materiali inerti.

Same event, other desks

Story file →