Le strade di Milano e Torino trasformate in campi di battaglia, con oggetti lanciati contro le forze dell'ordine, incendi, barricate e danneggiamenti, riportano al centro del dibattito italiano il tema della violenza politica e delle frange radicali che scelgono lo scontro come metodo. È in questo scenario che tornano a circolare le parole pronunciate da Francesco Cossiga il 23 ottobre 2008, in un'intervista ad Andrea Cangini: «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese».
Un avvertimento che, a quasi vent'anni di distanza, viene oggi riletto con preoccupazione davanti alle immagini delle manifestazioni degenerate. Cossiga, presidente della Repubblica ed ex ministro dell'Interno, aveva indicato con chiarezza il rischio di sottovalutare i segnali di un'escalation della violenza politica. La domanda che quelle parole pongono oggi è diretta: l'Italia ha davvero fatto i conti con la lezione degli anni di piombo o si è soltanto limitata a smettere di parlarne?
Il nodo, secondo la riflessione che accompagna gli scontri delle ultime ore, riguarda il rapporto tra le frange più radicali dell'antagonismo politico, alcuni ambienti anarchici e le manifestazioni che degenerano. I centri sociali, gli ambienti anarchici e i gruppi antagonisti non sono realtà tutte uguali, e questo va riconosciuto. Ma la distinzione non può diventare un alibi per evitare di affrontare con fermezza le frange che scelgono la violenza come strumento politico. Quando emergono responsabilità concrete, chi organizza, promuove o sostiene azioni violente deve essere individuato e chiamato a risponderne: nessuna bandiera e nessuna parola d'ordine possono trasformarsi in uno scudo contro la legge.
La linea di confine è netta: la protesta è un diritto, la devastazione no. Il dissenso è una libertà costituzionale, mentre aggredire, incendiare e distruggere significa oltrepassare un limite che nessuna causa politica può cancellare. Il pericolo più profondo, però, non è soltanto nei danni materiali di una giornata di scontri. È nella normalizzazione della violenza come strumento di lotta politica: quando la distruzione viene raccontata come ribellione eroica, quando l'aggressione viene giustificata in nome di un'ideologia e quando le responsabilità individuali vengono minimizzate perché gli autori appartengono a una determinata area politica, si crea un clima pericoloso.
Su questo terreno le istituzioni sono chiamate a mantenere la massima attenzione. Gli anni di piombo furono una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana, con organizzazioni terroristiche strutturate, attentati, omicidi e una strategia deliberata di destabilizzazione politica. Le Brigate Rosse e le altre organizzazioni armate lasciarono una ferita profonda nella coscienza nazionale. Gli scontri di Milano e Torino non possono essere automaticamente equiparati a quella stagione, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i segnali di radicalizzazione e il rischio che una parte del dibattito politico finisca per considerare accettabile ciò che dovrebbe essere condannato senza ambiguità.
C'è poi una questione di coerenza che riguarda direttamente una certa area politica radicale e gli ambienti antagonisti: la tolleranza verso le frange violente rischia di danneggiare le stesse battaglie che quella parte dichiara di voler difendere. Chi rivendica giustizia sociale non può chiudere gli occhi davanti a chi distrugge il lavoro degli altri. Chi si dichiara dalla parte dei più deboli non può ignorare il commerciante che subisce danni, il lavoratore che non riesce a tornare a casa o il cittadino che si ritrova nel mezzo degli scontri e rischia la vita. La coerenza politica si misura anche dalla capacità di condannare la violenza quando proviene dal proprio ambiente, non soltanto quando la commettono gli avversari.
La storia insegna che le democrazie non devono attendere il verificarsi delle tragedie per interrogarsi sui segnali di pericolo. La prevenzione non è allarmismo, è responsabilità. I cittadini non possono essere costretti ad assistere impotenti alla distruzione delle proprie città: chi lavora non deve temere di trovare il proprio negozio devastato, chi passeggia in centro non deve ritrovarsi nel mezzo di una guerriglia. Il diritto di manifestare va difeso, ma va tenuto distinto dalla pretesa di imporre le proprie idee attraverso la forza.