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Aggressione al rabbino a Milano, un arresto e due denunce: nell'inchiesta l'ipotesi di discriminazione religiosa

Un ventenne è stato arrestato e altri due giovani denunciati per l'aggressione subita a Milano dal rabbino Davia Mizrai Shalom, responsabile della sinagoga Chabad nella zona ovest della città. L'inchiesta contesta anche la propaganda e l'istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale o religiosa. I dati della Fondazione CDEC mostrano un aumento degli episodi di antisemitismo in Italia.

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Un ventenne è stato arrestato e altri due giovani sono stati denunciati per l'aggressione subita a Milano dal rabbino Davia Mizrai Shalom, responsabile della sinagoga Chabad nella zona ovest della città. L'episodio risale a quando l'uomo, in attesa a una fermata dell'autobus mentre andava a prendere i figli a scuola, è stato avvicinato da tre giovani che, secondo quanto emerso dalle indagini, lo avrebbero deriso e gli avrebbero tolto il copricapo. Uno di loro lo avrebbe poi colpito con un calcio. Il rabbino ha raccontato di essere stato circondato e aggredito dopo aver cercato di documentare con il telefono ciò che stava accadendo.

Gli indagati sono tutti nati in Italia e hanno origini nordafricane. Nell'inchiesta è entrata anche la contestazione di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale o religiosa. Si tratta di un passaggio rilevante sul piano giudiziario, ma una contestazione della Procura non equivale a una condanna: saranno il processo, le immagini richieste dagli inquirenti, le testimonianze e gli altri elementi raccolti a stabilire le responsabilità individuali e il movente. Uno degli indagati ha respinto l'accusa di razzismo e ha sostenuto che la religione del rabbino non avesse avuto alcuna importanza. Anche questa versione sarà valutata dalla magistratura.

Allo stato attuale non è stata accertata una matrice jihadista. Le informazioni disponibili riferiscono inoltre che il ventenne arrestato aveva precedenti di polizia per rapina, ma non risultavano segnalazioni di natura politica. Un'origine tunisina o marocchina non dimostra una radicalizzazione, così come non la dimostrano l'essere musulmani o l'essere immigrati o figli di immigrati. Servono fatti e prove. Allo stesso tempo, la contestazione relativa alla discriminazione razziale o religiosa formulata nell'ambito dell'inchiesta non può essere ignorata.

Il caso riporta al centro del dibattito pubblico il problema dell'antisemitismo in Italia, che non è una semplice percezione. I dati della Fondazione CDEC mostrano che nel 2025 sono stati registrati 963 episodi di antisemitismo, contro 877 nel 2024 e 453 nel 2023. Ancora più preoccupante è l'aumento delle manifestazioni più gravi: le aggressioni fisiche censite sono passate da 8 nel 2024 a 18 nel 2025. Anche le discriminazioni sono aumentate sensibilmente. Sono numeri che, secondo chi segue il fenomeno, dovrebbero bastare a far capire che non si può aspettare il prossimo episodio per indignarsi nuovamente.

La vicenda milanese ha riacceso anche il confronto sul radicalismo islamista, un tema che richiede precisione e nessuna generalizzazione. Il radicalismo islamista esiste e va contrastato, ma ciò non significa dire che l'Islam sia sinonimo di estremismo, né che i musulmani siano un problema, né che un cittadino di origine nordafricana debba essere guardato con sospetto. Esistono correnti dell'islamismo radicale che hanno costruito la propria ideologia anche sull'odio verso gli ebrei, verso i cristiani, verso le società occidentali e persino verso altri musulmani. Il jihadismo ha colpito l'Europa e rappresenta un fenomeno reale di sicurezza. Fingere che non esista non aiuta innanzitutto quei musulmani che ne rifiutano radicalmente l'ideologia e che vogliono vivere liberamente nelle nostre democrazie.

Contrastare l'islamismo radicale, dunque, non significa combattere una religione, ma difendere una società libera dal fanatismo. Proprio per questo, secondo la linea espressa dopo l'aggressione, è necessario evitare di utilizzarlo come spiegazione automatica di qualsiasi episodio che coinvolga persone musulmane o di origine nordafricana. Nel caso di Milano, allo stato attuale non è stata accertata una matrice jihadista e questo deve essere scritto chiaramente.

Esiste però un principio che viene prima della vicenda giudiziaria: chi vive in Italia deve rispettare le leggi della Repubblica italiana. Non importa quale sia il cognome, da dove provengano i genitori o quale Dio si preghi. La libertà religiosa non è negoziabile. Un ebreo deve poter camminare per Milano indossando una kippah senza avere paura, un cristiano deve poter portare una croce, un musulmano deve poter andare in moschea, un ateo deve poter dichiarare liberamente di non credere. Chi pensa di poter intimidire, umiliare o aggredire un'altra persona per la sua identità religiosa deve sapere che davanti a sé troverà lo Stato e la legge, senza esitazioni.

Al rabbino aggredito e alla Comunità ebraica di Milano, così come a tutte le comunità ebraiche italiane, è stata espressa solidarietà. Nessuno dovrebbe arrivare al punto di chiedersi se sia più prudente nascondere un simbolo della propria fede prima di uscire di casa.