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A Padova apre un tribunale islamico, la Lega chiede l'intervento di Nordio

A Montegrotto Terme è stata registrata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, che applica la Sharia. Il deputato leghista Cantalamessa ha presentato un'interrogazione ai ministri Nordio e Piantedosi, mentre l'associazione Acmid ha depositato un esposto in Procura a Roma.

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A Montegrotto Terme, in provincia di Padova, è stata registrata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, un organismo che si propone di applicare la legge coranica nel nostro Paese. L'iniziativa, promossa dall'avvocato Omar Vanin, prevede che i verdetti emessi dalla corte sciaraitica «avranno poi lo stesso effetto di una sentenza resa dall'Autorità giudiziaria italiana». Una pretesa che ha immediatamente acceso il dibattito politico e istituzionale.

Secondo quanto reso noto, la giurisdizione del tribunale islamico potrebbe estendersi dal Veneto a tutta la Penisola. Tra le conseguenze ipotizzate, chi abbandona la religione islamica per convertirsi al cristianesimo sarebbe passibile della pena di morte come apostata. Si tratta di uno scenario che, secondo i critici, richiama la società parallela descritta nel romanzo «Sottomissione» di Michel Houellebecq, dove la legge morale si sovrappone al diritto positivo fino a fagocitarlo.

Sulla vicenda è intervenuto il parlamentare della Lega Gianluca Cantalamessa, che ha presentato un'interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Nel documento si sottolinea che «un organismo che si presenta come “la via della giustizia islamica in Italia”, inneggiando alla Sharia, non può essere compatibile con le leggi, gli usi e i costumi del nostro Paese e costituisce un vero pericolo per la sicurezza».

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rilanciato la linea del «stop all'islam politico», ricordando che «esistono, e tutti devono rispettare, solo le leggi italiane». Una presa di posizione che conferma la sensibilità del Carroccio sul tema, già al centro di diverse battaglie politiche negli ultimi anni.

Non solo la politica. Sulla vicenda è intervenuta anche l'associazione Acmid, l'Associazione delle donne marocchine in Italia, presieduta da Souad Sbai, che ieri mattina ha depositato un esposto sulla scrivania della Procura di Roma. L'obiettivo è chiedere accertamenti sull'attività dei sedicenti e autoproclamati giudici, per far luce su eventuali «condotte lesive di diritti fondamentali o altri fatti penalmente rilevanti».

Sbai avverte che «il richiamo alla Sharia possa tradursi, nella concreta applicazione delle procedure, in una compressione dell'uguaglianza, dell'autodeterminazione individuale e del diritto di accesso alla giustizia, ovvero nella pretesa di subordinare diritti costituzionalmente garantiti a regole religiose incompatibili con l'ordinamento italiano».

Il promotore dell'iniziativa, l'avvocato Vanin, vanta un curriculum accademico culminato in un dottorato di ricerca in diritto internazionale privato e una pubblicazione dal titolo «Ripudio islamico, principio del contraddittorio e ordine pubblico italiano», dedicata alla pratica che consente di sciogliere il matrimonio con una triplice formula. Un dettaglio che, per i critici, chiarisce la natura del progetto.

Le preoccupazioni riguardano in particolare le controversie familiari. Si teme che il richiamo alla Sharia possa favorire fenomeni come le spose bambine costrette a nozze forzate con il cugino pakistano che non hanno mai visto, solo perché il clan lo ha scelto per loro, o condanne alla fustigazione sulla pubblica piazza per adulterio. Un rischio che, secondo l'esposto, mina i principi di uguaglianza e di parità di diritti sanciti dalla Costituzione.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di confronto tra ordinamenti. Da un lato c'è un sistema crudele come quello iraniano, che tuttavia alcuni Paesi islamici, in testa il Regno del Marocco, stanno faticosamente modificando per consentire alle figlie la parità con i fratelli in tema di eredità. Dall'altro c'è il diritto naturale, su cui si fondano i sistemi occidentali, che non discrimina i cittadini in base al sesso e alla religione, perché considera tutti gli uomini uguali.

La palla ora passa al ministero della Giustizia e a quello dell'Interno, chiamati a valutare la compatibilità dell'iniziativa con l'ordinamento italiano. La Procura di Roma dovrà invece stabilire se vi siano gli estremi per procedere. Nel frattempo, il caso continua a far discutere, alimentando il dibattito sui limiti della libertà religiosa e sul rispetto delle leggi dello Stato.