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Trump sceglie il Pentagono per l'11 settembre e lega la guerra all'Iran

Nel 25° anniversario degli attentati, il presidente degli Stati Uniti ha parlato davanti ai militari invece che a Ground Zero, collegando la memoria del 2001 al conflitto con Teheran. La scelta riaccende il dibattito sulla ridefinizione del terrorismo.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

Il presidente degli Stati Uniti ha scelto il Pentagono per commemorare il 25° anniversario degli attentati dell'11 settembre, rinunciando a Ground Zero, dove i quattro ex presidenti ancora in vita si sono riuniti accanto ai familiari delle vittime. La decisione, anticipata dal New York Times e confermata dal discorso tenuto davanti ai militari, racconta un Paese che da fine febbraio è guidato da un presidente in guerra e che ha spostato il baricentro della propria politica di sicurezza dall'antiterrorismo ai conflitti aperti.

Davanti ai familiari dei 184 morti del Pentagono, l'unico obiettivo militare colpito quella mattina, il presidente ha ricordato che dopo gli attentati «eravamo tutti newyorchesi», ha salutato i veterani della guerra al terrorismo e ha legato la promessa fatta 25 anni fa al conflitto di oggi con l'Iran. Ha detto che i militari «lavorano per garantire che il primo sostenitore del terrorismo al mondo, la Repubblica islamica dell'Iran, non abbia mai e poi mai un'arma nucleare», aggiungendo: «Per questo oggi combattiamo. Non abbiamo scelta. Può esserci soltanto la vittoria».

La scelta del Pentagono non è una novità assoluta. Nel 2016 Barack Obama parlò al Pentagono mentre gli aerei americani bombardavano lo Stato islamico in Iraq e in Siria; nel 2023 Joe Biden optò per una base militare in Alaska, con i soldati ancora schierati negli stessi due Paesi. Da presidente, Donald Trump ha sempre scelto il Pentagono o Shanksville, in Pennsylvania, dove precipitò il quarto aereo. A Ground Zero, invece, dal 2012 i politici ascoltano in silenzio la lettura dei nomi dei morti, senza possibilità di intervento.

Il New York Times ha ricostruito la scelta anche attraverso il lavoro di Peter Baker, capo dei corrispondenti dalla Casa Bianca, che ha descritto la fotografia dei quattro ex presidenti riuniti al World Trade Center e dell'attuale presidente, l'unico nato a New York, lontano 320 chilometri. Baker ha ipotizzato che Trump abbia evitato New York perché lì non avrebbe potuto parlare; la Casa Bianca lo ha negato. Il quotidiano ha citato anche il fine settimana di golf che il presidente trascorrerà in Irlanda, dove oggi incontra a Dublino Micheál Martin, capo del governo del Paese che fino a dicembre ha la presidenza di turno dell'Unione europea e di cui gli Stati Uniti contestano le regole sulle aziende tecnologiche.

Resta l'accusa più seria rivolta al presidente, quella di aver cambiato la definizione di terrorismo. Trump tratta da terroristi i cartelli della droga, contro le cui imbarcazioni le forze armate americane operano nei Caraibi e nel Pacifico, e l'estremismo di sinistra, mentre quello di destra resterebbe ignorato. Nel giugno 2021 Biden aveva pubblicato la prima strategia nazionale contro il terrorismo interno, definendolo la minaccia più urgente per il Paese e indicando come pericoli i suprematisti bianchi e le milizie antigovernative. Trump ha ereditato il metodo cambiando bersaglio.

I narcotrafficanti erano già nella lista delle organizzazioni terroristiche molto prima di lui: il 10 settembre 2001, il giorno prima degli attentati, il segretario di Stato di George W. Bush, Colin Powell, vi aggiunse i paramilitari colombiani delle Autodefensas Unidas de Colombia, che si finanziavano con la cocaina. Il New York Times affida la sintesi di questa accusa a Philip Zelikow, che diresse i lavori della commissione d'inchiesta sugli attentati, secondo il quale in 25 anni gli Stati Uniti hanno in gran parte ridefinito il terrorismo.

Alla Hoover Institution di Stanford, dove lavora Zelikow, è ricercatrice anche Ayaan Hirsi Ali, nata in Somalia ed ex parlamentare olandese, che mercoledì sulla rivista americana Tablet ha tratto un bilancio diverso. Hirsi Ali riconosce che l'Occidente è diventato molto più bravo a scovare e uccidere uomini come Mohamed Atta, il capo dei dirottatori, e sostiene che la domanda non è più «semplicemente se l'America possa sconfiggere le organizzazioni terroristiche», ma se sappia ancora vedere e affrontare una sfida di civiltà in cui l'ambizione islamista, le potenze straniere ostili come la Russia e la Cina e le tensioni demografiche e culturali si rafforzano a vicenda.

Il cantiere del Pentagono fu aperto proprio un 11 settembre, nel 1941, meno di tre mesi prima dell'attacco di Pearl Harbor, per dare una sede al dipartimento della Guerra di un Paese che si preparava al conflitto. Sessant'anni dopo, al Qaeda colpì l'edificio. Ottantacinque anni dopo, accanto al presidente c'era Pete Hegseth, che da un anno ha il titolo di segretario alla Guerra, come Henry Stimson quando nel 1941 approvò il progetto.

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