Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre, dopo che il suo governo non ha ottenuto la maggioranza necessaria per approvare due decreti reali sulla casa. L'annuncio, arrivato al termine di un fine settimana di riflessione, segna la fine anticipata della legislatura e apre una campagna elettorale che si preannuncia difficile per i socialisti.
La causa ufficiale della decisione è la bocciatura dei due provvedimenti sull'abitazione, ma sullo sfondo pesano anche gli scandali che hanno coinvolto l'esecutivo e la gestione della crisi migratoria a Ceuta. Secondo diverse analisi, la scelta di anticipare il voto punta a cogliere in contropiede una destra in vantaggio nei sondaggi ma ancora alle prese con la costruzione di una vera alleanza, e a spostare il dibattito su un tema popolare come la casa, dove Sanchez può presentarsi come difensore dei più deboli.
La convocazione delle elezioni consente inoltre al premier di evitare la presentazione del bilancio generale dello Stato, circostanza che non si era mai verificata nella storia democratica spagnola. Nel suo intervento ufficiale, Sanchez ha attaccato i governi regionali, accusandoli di aver ricevuto più risorse che mai per sanità, istruzione e alloggi e di averle invece usate per comprare attici e privatizzare ospedali. Una dichiarazione che anticipa il terreno di campagna dei socialisti.
I dati del Ministero dell'Edilizia Abitativa ridimensionano però la narrazione del premier. Negli otto anni di governo, Sanchez ha realizzato 78.735 alloggi sociali, contro i 105.424 del predecessore popolare Mariano Rajoy, i 498.982 di José Luis Rodríguez Zapatero e i 477.410 di José María Aznar. Il record spetta a Felipe González, con 1.057.506 alloggi. La produzione di edilizia popolare sotto Sanchez è addirittura inferiore a quella di Leopoldo Calvo-Sotelo, rimasto in carica solo 22 mesi ma capace di costruire 213.709 appartamenti. Per il centrodestra, dunque, il responsabile della crisi abitativa non sono le amministrazioni locali né i fondi speculativi, ma il governo centrale.
I sondaggi delineano un quadro complesso per i socialisti. Il Psoe è accreditato al 25,6%, in leggero recupero ma lontano dal 31,7% del 2023, con una perdita stimata di 18 seggi rispetto ai 121 attuali e di circa un milione e mezzo di voti. Gli alleati di Sumar scenderebbero dal 12,3% al 6,6%, con i seggi che si ridurrebbero da 32 a 9. La destra, al contrario, è in crescita: il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo è dato al 32,6%, mentre Vox di Santiago Abascal passerebbe dal 12,4% al 18,3%. Insieme, Pp e Vox arriverebbero a 203 seggi, ben oltre i 176 necessari per la maggioranza assoluta.
Il dato più preoccupante per Sanchez è la migrazione di consensi verso l'estrema destra: secondo varie analisi, il 4,7% di chi lo aveva votato tre anni fa, pari a 367.620 persone, oggi sceglierebbe Abascal. Un cortocircuito che, secondo gli osservatori, ha fatto saltare il muro ideologico contro la destra radicale. Il Pp ha commentato la notizia con un video sui social e lo slogan «Por fin!», mentre Feijóo ha dichiarato che sarà il popolo spagnolo a decidere. La missione per il centrodestra sarà non ripetere l'errore del 2023, quando non riuscì a trovare un'intesa di governo. Abascal ha già fissato tre punti inderogabili: priorità nazionale, deregolamentazione e remigrazione.
La crisi politica spagnola arriva mentre il governo accelera sul Piano Casa, con l'obiettivo di realizzare 100mila nuovi alloggi in dieci anni e oltre 10 miliardi di euro di investimenti tra sgravi fiscali, nuove costruzioni e rigenerazione urbana. Sul fronte sociale, la tensione resta alta: a Barcellona, al termine di una manifestazione per il diritto alla casa a cui hanno partecipato tra 20mila e 120mila persone, si sono verificati scontri con la polizia che hanno portato a 13 arresti. Episodi che confermano come il tema dell'abitazione sia ormai centrale nel dibattito pubblico spagnolo e destinato a pesare sulla campagna elettorale.