Wireva

Manovra, l'Italia punta a uscire dalla procedura Ue: attesa per i dati Istat sul deficit

Il governo spera che la revisione Istat del 22 settembre porti il disavanzo 2025 sotto il 3%, aprendo la strada a una manovra più flessibile e al risparmio sugli interessi sul debito.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

La data cerchiata in rosso a Palazzo Chigi è il 22 settembre, quando l'Istat comunicherà i dati definitivi sul disavanzo del 2025. L'ultima stima lo attesta al 3,1%, una cifra che preclude l'uscita anticipata dalla procedura di infrazione Ue per disavanzi eccessivi. La speranza del governo è che l'istituto di statistica, rivedendo i numeri, possa limare qualche decimale e portare il rapporto sotto la soglia del 3%, rendendo la stesura della prossima legge di bilancio molto più agevole.

Un segnale di ottimismo è arrivato da Valerio De Molli, amministratore delegato di The European House-Ambrosetti, la società che organizza il Forum di Cernobbio. Intervenendo sul quadro economico italiano, De Molli ha respinto le previsioni più fosche: «Contro ogni previsione dei soliti gufi e sciaguristi che preannunciavano disastri non è avvenuto nulla di tutto questo». Il manager riconosce le incertezze, dall'inflazione tornata al 3,3% ad agosto dopo il 2,9% di luglio alla crescita del Pil ferma all'1% su base annua, ma sottolinea la solidità del Paese e la sua capacità di reagire agli choc esogeni.

«L'inflazione è una preoccupazione, ma nel nostro Paese abbiamo grande esperienza di gestione dei picchi inflattivi», ha aggiunto De Molli, prevedendo che la Bce possa alzare i tassi con possibili rallentamenti nei prossimi mesi, molto dipenderà anche dall'evoluzione delle guerre in Medio Oriente e del conflitto russo-ucraino. Sul debito pubblico, l'ad di Ambrosetti si è detto tranquillo: «Il 133-135% di rapporto debito-Pil non preoccupa per niente: lo abbiamo governato molto bene dal picco del 180% nel Covid». E ha rivendicato il risultato principale: «Siamo rientrati dal rischio di procedura di infrazione e abbiamo i conti pubblici sotto controllo».

Il riferimento è al lavoro del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, impegnato in quattro anni per riportare in carreggiata il bilancio dello Stato dopo gli anni di sperperi successivi al Covid, come il Superbonus. Il rapporto deficit-Pil è sceso dall'8,1% lasciato in eredità dal governo Draghi nel 2022 al 3,1% di quest'anno. Il titolare del Tesoro puntava ad anticipare l'uscita dalla procedura Ue al 2026 invece che al 2027, ma l'obiettivo è stato mancato per una “coda” del Superbonus: poche centinaia di milioni di euro di crediti edilizi emersi all'improvviso hanno impedito di scendere sotto la soglia del 3%.

Non tutto è perduto. Se i dati definitivi del 22 settembre dovessero confermare un disavanzo sotto il 3%, l'Italia uscirebbe dalla lista nera di Bruxelles con vantaggi consistenti, non solo sul piano politico. A cominciare dalla possibilità di ricorrere alle clausole di salvaguardia per l'energia e la difesa, che escludono dal calcolo della spesa netta la crescita di queste specifiche voci. Si tratta di circa 35-36 miliardi di euro per il triennio 2026-2028, degli quali 11-12 già disponibili per il 2027, che non saranno conteggiati nel deficit. In questo modo, l'aumento del budget per armamenti e infrastrutture energetiche non costringerà il governo a tagli compensativi su altri capitoli come sanità, scuola o tasse.

Ci sarebbero poi risparmi sulla spesa per interessi, grazie alla maggiore credibilità sui mercati che chiederebbero rendimenti più bassi per acquistare il debito pubblico italiano. A gennaio Unimpresa stimava che la fine della procedura nel 2026 avrebbe comportato risparmi per 6,4 miliardi di euro in due anni per le casse dello Stato, con il grosso dei benefici concentrato nel 2026. Inoltre, ai Paesi in procedura è in sostanza precluso il ricorso a nuovo deficit: uscire dall'occhiuta vigilanza Ue renderebbe più facile impostare la prossima legge di bilancio, magari sfruttando un po' di flessibilità. Resta il nodo delle risorse per finanziare il resto dell'ultima manovra della legislatura: sarà questo il grande tema dei prossimi mesi.