Una stampante 3D che, oltre a depositare plastica fusa, è in grado di tendere fili di tessuto tra gli elementi stampati. È l'idea alla base di FilaLoom, il progetto sviluppato da Joram de Haas come tesi di laurea magistrale in Integrated Product Design alla TU Delft. Il designer, che si definisce industrial e computational designer e lavora ad Amsterdam, ha messo a punto un sistema capace di integrare due tecniche produttive tradizionalmente separate: la stampa a deposizione di materiale fuso, nota come FDM, e la tessitura.
Il cuore del progetto è un adattamento della stampante FDM che consente di inserire filati direttamente sugli oggetti in fase di stampa. In pratica, il filo viene fatto passare e ancorato tra gli strati di materiale plastico, creando una commistione tra struttura rigida e componente tessile. Secondo la descrizione del progetto, FilaLoom aggiunge una nuova capacità alle stampanti FDM, permettendo di esplorare uno spazio di progettazione inedito all'incrocio tra manifattura additiva e produzione tessile. Non si tratta quindi di stampare tessuto, ma di usare il filo come elemento costruttivo all'interno di un oggetto stampato.
De Haas ha completato il percorso di studi e ora è alla ricerca di un impiego. Il progetto, però, non è rimasto confinato alla dimensione accademica: questo mese il designer e alcuni docenti della TU Delft hanno pubblicato un articolo scientifico dedicato a FilaLoom. La ricerca documenta il funzionamento del sistema e le possibilità offerte dall'integrazione tra stampa e tessitura, offrendo una base teorica e tecnica a chi volesse sviluppare ulteriormente l'idea.
L'interesse di FilaLoom risiede nella sua capacità di mettere in dialogo due mondi produttivi che raramente si incontrano. La stampa 3D è associata a forme rigide, geometriche e a materiali plastici; la tessitura evoca flessibilità, trama, morbidezza e una tradizione artigianale antichissima. Combinarle significa aprire la strada a oggetti che non sono né puramente stampati né puramente tessuti, ma ibridi in cui le due componenti si sostengono a vicenda. Il filo può diventare un elemento di rinforzo, una cerniera flessibile, una finitura decorativa o un modo per collegare parti diverse di un manufatto.
Il progetto si inserisce in una tendenza più ampia che vede la manifattura digitale avvicinarsi all'artigianato e ai materiali tradizionali. Sempre più spesso designer e ricercatori cercano di superare i limiti della plastica stampata, integrando fibre naturali, tessuti e componenti organiche nei processi additivi. In questo senso, FilaLoom non è solo un esercizio tecnico, ma una proposta culturale: suggerisce che la stampante 3D possa diventare uno strumento più versatile, capace di trattare il filo come un materiale progettuale a tutti gli effetti.
La pubblicazione dell'articolo scientifico segna un passaggio importante per il progetto, che dalla tesi di laurea si trasforma in un contributo di ricerca accessibile alla comunità accademica e industriale. Per de Haas, fresco di diploma, si apre ora la fase della ricerca di un impiego, ma FilaLoom resta un biglietto da visita significativo: dimostra la capacità di unire competenze di design computazionale, ingegneria dei materiali e cultura del tessile. Un profilo raro, che potrebbe interessare aziende del settore moda, dell'arredamento o della produzione industriale.
Il nome stesso del progetto, che fonde filo e telaio, racconta l'ambizione di costruire un ponte tra due tecniche. Se la stampa 3D ha rivoluzionato il modo di pensare la prototipazione e la produzione di piccole serie, la tessitura ha accompagnato la storia dell'umanità per millenni. FilaLoom prova a tenere insieme queste due temporalità: la rapidità del digitale e la pazienza del gesto tessile. Un esperimento che, pur muovendo dai banchi di un'università tecnica olandese, parla di come il design possa rimettere in discussione confini che sembravano acquisiti.