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L'artista Mari Nagem invita a ripensare la vita sulla Terra mentre si sogna Marte

Al CUE Art di New York, l'artista brasiliana Mari Nagem collega il sogno di colonizzare Marte alla fragilità degli ecosistemi terrestri, con una mostra che intreccia scienza, ambiente e tecnologia.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

Al CUE Art di New York, l'artista brasiliana Mari Nagem mette in relazione il sogno umano di colonizzare Marte con gli ecosistemi che fatichiamo a proteggere sulla Terra. Il suo lavoro esplora una contraddizione: sviluppiamo strumenti sempre più sofisticati per sopravvivere su pianeti lontani, trascurando però i sistemi viventi che già esistono intorno a noi.

La mostra, intitolata The Tropics, The Moon, and Mars, immerge la galleria in una luce rossa intensa, illuminando rami scultorei motorizzati e piccole formazioni in ceramica. L'installazione evoca un paesaggio planetario sconosciuto, ma i materiali e i riferimenti provengono dagli ambienti terrestri in trasformazione. L'effetto è leggermente inquietante e mette in dialogo la promessa dell'esplorazione extraterrestre con le crisi ecologiche che colpiscono il nostro pianeta.

Gran parte della pratica di Nagem nasce dalla ricerca scientifica, che l'artista traduce in scultura e media digitali. In Flora Futura (The Survival Dance), rami spogli montati su supporti motorizzati si muovono lentamente davanti a uno sfondo illuminato di rosso. L'opera trae spunto da ESECAFLOR, un esperimento di lunga durata nell'Amazzonia brasiliana in cui i ricercatori deviano le piogge da alcune porzioni di foresta per studiare come gli alberi reagiscono a una siccità prolungata. Nagem porta questo interrogativo sulla sopravvivenza in un futuro immaginato: i rami oscillano e proiettano ombre mutevoli, con movimenti che suggeriscono insieme crescita e declino. Non è facile capire se queste strane piante meccaniche si stiano adattando all'ambiente o si stiano lentamente spegnendo.

Il rapporto tra sperimentazione tecnologica e cambiamento ambientale emerge anche in 41°C (2025), un dipinto da terra lungo 43 metri realizzato per il Parco Zoobotanico Emílio Goeldi di Belém durante la COP30. I colori vividi tracciano il fiume Tefé, dove nel 2023, durante la devastante siccità amazzonica, le temperature dell'acqua hanno raggiunto i 41°C, contribuendo alla morte di centinaia di delfini di fiume. Attingendo a immagini satellitari e dati termici, Nagem trasforma un evento ambientale in qualcosa che il pubblico può incontrare alla scala del proprio corpo. Entrambe le opere rendono immediati processi difficili da osservare: una anima una foresta sotto stress, l'altra dà forma fisica a una temperatura estrema.

La domanda che attraversa questi lavori diventa ancora più pressante in The Right to Shade (2026), che esamina l'accesso all'ombra a Fortaleza, in Brasile. Usando immagini satellitari e analisi assistite dall'intelligenza artificiale, Nagem e i suoi collaboratori mappano la distribuzione di alberi ed edifici in città, mostrando come l'esposizione alla luce solare intensa vari da un quartiere all'altro. Il progetto è nato dall'interesse per soluzioni architettoniche di raffrescamento urbano, incluso una nuova versione del tradizionale cobogó brasiliano, un mattone forato che filtra la luce. La ricerca si è poi orientata verso qualcosa di molto più antico e complesso: gli alberi. Le loro chiome offrono refrigerio attraverso un intricato sistema biologico, e ciò solleva interrogativi sul motivo per cui le città continuano a sviluppare soluzioni artificiali trascurando l'infrastruttura vivente già disponibile.

In altri lavori Nagem considera cosa accade quando quegli organismi scompaiono del tutto. In Siren (2024), realizzata con Leandro Lima per il SFER IK Museion in Messico, l'intelligenza artificiale viene impiegata per immaginare i canti di uccelli sudamericani estinti. I suoni escono da altoparlanti scultorei che ricordano nidi, combinando ceramiche fabbricate digitalmente con l'artigianato tradizionale. L'installazione fa emergere una possibilità inquietante: la tecnologia potrebbe permetterci di immaginare le voci di specie scomparse, mentre gli uccelli reali e le loro relazioni ecologiche restano perduti. L'opera si colloca tra speculazione scientifica e una forma di memoria sintetica, interrogandosi su cosa significhi ricreare tracce della natura attraverso le macchine.

Nel complesso della sua ricerca, Nagem torna sulla distanza tra ciò che l'uomo sa inventare e ciò che ha imparato a comprendere. Dal canto artificiale degli uccelli all'intelligenza complessa di una chioma d'albero, il suo lavoro invita a riconsiderare il posto della tecnologia nel mondo naturale. Mentre le visioni di insediamenti futuri sulla Luna e su Marte diventano sempre più dettagliate, l'artista riporta l'attenzione sulle specie e sugli ambienti con cui condividiamo già il pianeta.

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