Martha Stewart ha scatenato un acceso dibattito sui social network dopo aver condiviso una foto in cui si presentava travestita da persona in stato di bisogno per Halloween. La celebre imprenditrice, 85 anni, è apparsa con abiti strappati, il volto sporco e un cartello di cartone con la scritta «Sono affamata, aiutami».
Lo scatto è stato rimosso in breve tempo dal suo profilo Instagram, ma molti utenti avevano già fatto in tempo a salvarlo e a diffonderlo. Il travestimento, pensato come scherzo per la festa, è stato giudicato da molti insensibile nei confronti di chi vive davvero una condizione di povertà e di esclusione. Le reazioni hanno riguardato soprattutto il contrasto tra l'immagine di una delle figure più note del lifestyle americano e la realtà di chi chiede aiuto per strada.
Di fronte alla valanga di critiche, Stewart ha pubblicato una dichiarazione per rispondere alle polemiche. Nel suo messaggio ha affrontato direttamente la questione, cercando di chiarire le intenzioni alla base dello scatto. Il post originale, con l'immagine e la didascalia, non è più visibile, e il caso ha rapidamente conquistato le conversazioni online sul tema del costume di Halloween e della sensibilità verso le fragilità sociali.
La vicenda mostra quanto i gesti delle figure pubbliche, anche quelli leggeri e legati a una festa, possano diventare oggetto di discussione quando toccano temi delicati come la povertà. Il travestimento di Stewart, che nelle intenzioni voleva essere un gioco di Halloween, si è trasformato in un caso di costume e di sensibilità sociale, dimostrando quanto il confine tra ironia e cattivo gusto possa risultare sottile anche per una personalità abituata a stare sotto i riflettori.
Il episodio si inserisce in una tradizione più ampia in cui i costumi di Halloween vengono discussi per il modo in cui rappresentano povertà, malattia o marginalità. Negli ultimi anni, in diversi paesi, il dibattito sul travestimento da persone vulnerabili è tornato più volte al centro delle polemiche, spingendo molti a riflettere su cosa sia accettabile come gioco e cosa invece rischi di banalizzare la sofferenza altrui.