Mentre chi vive e respira la realtà di tutti i giorni nelle nostre città chiede a gran voce protezione, fermezza e risposte chiare di fronte ad episodi di inaudita ed evidente gravità, certe aule di tribunale continuano a sfornare ordinanze e cavilli che lasciano nell'aria il solito, stantio e amarissimo senso di impunità. La scelta della Giudice per le Indagini Preliminari di concedere la scarcerazione a Siher non è semplicemente discutibile sotto il profilo dell'opportunità o del diritto: è una ferita aperta inflitta alla logica elementare, al buon senso e soprattutto alla percezione di tutela della collettività. Come si può anche solo provare a giustificare un provvedimento che mina alle fondamenta la fiducia nella giustizia proprio nel momento esatto in cui la società si aspetterebbe il pugno duro e il rigore inamovibile dello Stato?
Ci dissociamo in maniera totale, ferma e senza appello da una simile impostazione giudiziaria. Condanniamo apertamente una visione del diritto che pare considerare i rischi concreti per la sicurezza pubblica alla stregua di dettagli secondari, marginali, quasi fastidiosi di fronte a interpretazioni garantiste colpevolmente esasperate e spinte fino all'assurdo. Se il ruolo costituzionale ed etico di un GIP dovrebbe essere quello di bilanciare le esigenze di indagine con l'imprescrivibile necessità di difesa sociale, questo specifico provvedimento si configura come un corto circuito logico e istituzionale del tutto inaccettabile. Non si tratta affatto di invocare un forcaioleggiante giacobinismo da piazza né di cedere alla pancia del Paese, ma di pretendere con forza che chi amministra la legge in nome del popolo italiano valuti con crudo realismo il peso effettivo delle azioni, i precedenti e la pericolosità sociale concreta dei soggetti che si trova di fronte.
La deriva del cavillo e la resa della tutela sociale
Analizzando le pieghe di simili ordinanze, si scorge un difetto strutturale che ormai caratterizza una parte consistente della magistratura: l'ipertrofia del modulo formale a discapito della sostanza dei fatti. Viene da chiedersi in quale bolla ovattata, al riparo dalle dinamiche reali della vita quotidiana, vengano redatte certe motivazioni. Quando un indagato per reati di spiccata allarme sociale viene rimesso in libertà o destinato a misure blande che spesso equivalgono a un pro forma, la magistratura non sta soltanto applicando un articolo del codice: sta mandando un messaggio politico e sociale devastante. Il messaggio è che la reiterazione del reato o l'inquinamento probatorio siano concetti teorici, entità astratte da dimostrare con un livello di evidenza quasi metafisico, mentre la tutela della tranquillità pubblica diventa una variabile trascurabile.
La sensazione diffusa è che si sia consumato un distacco abissale e forse irreversibile tra la realtà del Paese e la percezione di chi firma i provvedimenti nei palazzi di giustizia. Le motivazioni che portano a decisioni del genere finiscono regolarmente per ignorare il grido d'allarme che si solleva dalle strade, dai quartieri, dalle periferie degradate o dai centri urbani abbandonati a se stessi. In un Paese normale, chi sbaglia paga, e chi è gravemente indiziato per fatti ostili alla convivenza civile non dovrebbe passeggiare liberamente dopo una manciata di giorni o di ore dal fermo. Se la risposta dello Stato consiste nel riaprire le sbarre sulla base di arrampicate sugli specchi procedurali, allora non ci si può poi sorprendere se i cittadini percepiscono la legge non come un rifugio o uno scudo, ma come un bizzarro leviatano burocratico che protegge chi delinque e punisce chi subisce.
Non si può rimanere in silenzio di fronte a quella che appare a tutti gli effetti come una resa incondizionata. Quando la magistratura inquirente e giudicante smarrisce il senso di responsabilità nei confronti della comunità, l'intero edificio democratico inizia a scricchiolare. Le garanzie individuali – elemento fondante di ogni civiltà giuridica degna di questo nome – non possono e non devono mai trasformarsi in un'immunità di fatto per chi dimostra ripetutamente di non avere alcun rispetto per le norme della convivenza civile.
Un sistema da rifondare prima che sia troppo tardi
La vicenda della scarcerazione di Youssef Siher è soltanto l'ultimo e vistoso sintomo di una patologia ben più profonda che attanaglia l'amministrazione della giustizia in Italia. Quando il potere giudiziario rivendica con fermezza la propria autonomia e indipendenza – ed è giusto che lo faccia –, dovrebbe parallelamente dimostrare un pari grado di autocritica di fronte ai propri manifesti fallimenti valutativi. Non è più tollerabile la stanchezza con cui l'opinione pubblica deve assistere al solito copione: arresto con enfasi mediatica, convalida burocratica, scarcerazione o alleggerimento delle misure nell'arco di poche settimane, e infine il ritorno al punto di partenza.
Questo meccanismo di "porta girevole" del carcere genera un danno incalcolabile:
Sfiducia nelle istituzioni: Disarma le forze dell'ordine, vanificando il lavoro rischioso e faticoso compiuto quotidianamente da donne e uomini in divisa sul territorio.
Senso di rivalsa o rassegnazione: Spinge i cittadini verso l'idea che la legalità sia una farsa e che la protezione statale sia un'illusione d'ottica.
Percezione di impunità: Incentiva la criminalità a proseguire sulla propria strada, forte della consapevolezza che le maglie del sistema giudiziario sono abbastanza larghe da consentire qualsiasi fuga.
Se questo è il livello di rigore, preveggenza e cautela espresso dai nostri Giudici per le Indagini Preliminari, allora è giunto il momento di dirlo con la massima chiarezza e con la fermezza del caso: esiste un problema serio, profondo ed enorme di valutazione ed equilibrio nella magistratura. Continuare a girarsi dall'altra parte o nascondersi dietro l'alibi dell'autonomia decisionale del singolo giudice equivale ad essere pienamente complici di un arretramento culturale e giuridico che la nostra società non può più permettersi di tollerare. La misura è colma, e il tempo delle giustificazioni formali è finito da un pezzo.