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Iran, Pil in caduta libera e inflazione all'80%: il Paese combatte per la sopravvivenza

A sei mesi dal conflitto con Stati Uniti e Israele, l'Iran affronta una crisi economica e sociale senza precedenti: Pil in contrazione del 5%, inflazione vicina all'80%, crollo delle esportazioni petrolifere e una drammatica carenza idrica che paralizza le principali città.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

A sei mesi dall'inizio del conflitto contro Stati Uniti e Israele, la vera guerra che l'Iran sta combattendo è quella per la sopravvivenza. I bombardamenti, il blocco navale americano e le sanzioni hanno portato alle estreme conseguenze problemi preesistenti, legati a decenni di cattiva gestione, clientelismo e corruzione. I numeri raccontano una devastazione che i missili da soli non spiegano.

Il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2026 una contrazione del Pil superiore al 5%, la peggiore in quasi quattro decenni. L'inflazione è fuori controllo: vicina all'80% su base annua, con un picco a luglio oltre quella soglia, secondo l'agenzia di Stato Isna. Da marzo il costo del carrello della spesa non scende sotto il 36%. Il rial è ai minimi storici e ha perso metà del suo valore dall'inizio dell'anno iraniano, costringendo molte famiglie a comprare pane e medicine a credito.

Il cuore del disastro è il petrolio, bloccato dal controembargo americano. Se nel 2025 l'Iran esportava 1,7 milioni di barili al giorno, ad agosto 2026 ne esporta 294 mila, secondo la società di analisi Kpler. I carichi sulle petroliere iraniane sono crollati a una frazione dei livelli pre-guerra. Teheran ha ancora circa 80 milioni di barili fermi in mare, diretti in gran parte verso la Cina, che acquista l'80% del greggio iraniano, ma al ritmo di scarico attuale restano solo quattro mesi prima di quella che è stata definita «una morte lenta ma certa».

Nel Golfo Persico il traffico è paralizzato: da 130 navi al giorno prima della guerra a 7, con solo 2-3 superpetroliere al giorno attraverso lo Stretto di Hormuz contro le 8 precedenti. È qui che si innesta la seconda crisi, quella del lavoro, che il governo teme più delle bombe per il rischio di rivolte. Il tasso ufficiale di disoccupazione a giugno era al 9,1%, ma gli stessi media iraniani ammettono che la cifra è lontana dalla realtà. Un funzionario del ministero del Lavoro ha rivelato che in tre mesi di guerra, da fine febbraio a fine maggio, è stato perso oltre un milione di posti di lavoro.

Su JobVision, il principale portale di annunci, in un solo giorno a fine luglio 320 mila persone hanno inviato il curriculum. La Confederazione sindacale internazionale parla di milioni di persone spinte in povertà da svalutazione rapida, inflazione galoppante, erosione dei salari reali e lavoro precario dilagante. L'inflazione alimentare ha superato il 130% in 12 mesi, mentre i salari dei più poveri sono cresciuti meno della metà. L'agenzia Ilna riporta le parole di un operaio di Teheran: «Siamo costantemente indebitati con tutti». Il 40% dello stipendio va in affitto, un altro 40% in rate di app di micro-credito usate per comprare cibo; saltare una rata significa multe che si accumulano. Molti lavorano senza contratto e senza assicurazione sanitaria. Non a caso i lavoratori sono la categoria che protesta di più: 744 proteste operaie contate nell'ultimo anno, seguite da 597 di pensionati.

Ma il problema più grande è atavico e riguarda il bene primario per eccellenza: l'acqua. Teheran, con oltre 10 milioni di abitanti, sta vivendo la peggiore carenza idrica degli ultimi cento anni. A giugno di quest'anno 4 dighe su 5 della capitale sono prosciugate e il 93% dei bacini nazionali è vuoto o in condizioni critiche. La diga Amir Kabir è all'8% della capacità, 14 milioni di metri cubi. A Mashhad, seconda città con 4 milioni di persone, le riserve sono sotto il 3%. A livello nazionale 19 grandi dighe, il 10% del totale, sono di fatto a secco. Le precipitazioni sono crollate del 40% rispetto alla media di 57 anni, e scelte economiche disastrose che hanno privilegiato l'irrigazione di coltivazioni non autoctone hanno fatto il resto.

La compagnia idrica nega il razionamento formale, ma ammette riduzioni notturne di pressione fino a zero e tagli di 12 ore per le famiglie «che consumano troppo». Il ministro dell'Energia Abbas Aliabadi è stato lapidario: «Non c'è più acqua». Con le idroelettriche ferme, la corrente salta per ore e 18 province su 31 sono state costrette a chiusure parziali per risparmiare acqua ed energia, mentre le temperature in alcune zone del Paese hanno raggiunto i 50 gradi. Come ha ammesso lo speaker del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, «non importa quanto potere militare abbiamo, non sopravviveremo se la gente ha fame e non abbiamo fatturato, crescita economica e produzione nazionale».