Le stelle che compongono gli ammassi globulari non sono tutte uguali. Da quasi cinquant'anni gli astronomi osservano che, all'interno di questi densi sciami di stelle vecchie oltre dieci miliardi di anni, convivono almeno due sottoclassi chimiche distinte. Una ha una composizione simile a quella delle stelle ordinarie della Via Lattea; l'altra presenta firme anomale, con carenza di carbonio e abbondanza di azoto. Ora un gruppo di ricerca italiano guidato da Yazan Momany dell'Istituto Nazionale di Astrofisica di Padova propone una spiegazione nuova, pubblicata su Astronomy & Astrophysics, che sposta l'attenzione dal cosmo profondo al Sole.
Il quadro classico prevedeva che gli ammassi globulari fossero popolazioni stellari semplici, nate tutte insieme dalla stessa nube di gas primordiale e quindi con la stessa età e la stessa composizione chimica. Le osservazioni dei telescopi moderni hanno però smentito questa uniformità, confermando anomalie già segnalate negli anni Settanta e Ottanta. Per spiegare la doppia popolazione, erano stati elaborati modelli basati su generazioni multiple: una prima generazione di stelle massicce avrebbe contaminato il gas circostante con materiale alterato, dal quale sarebbe nata una seconda generazione. Il problema è che tutto questo avrebbe dovuto avvenire in meno di cento milioni di anni, un intervallo molto breve su scala cosmica, e nessuno degli scenari proposti finora si adatta completamente ai dati.
Il gruppo di ricerca ha seguito un percorso diverso, noto come paradigma «Sole come stella». Invece di raccogliere nuovi dati sugli ammassi lontani, i ricercatori hanno osservato il Sole come se fosse una stella vista da lontano, concentrandosi sulla sua luce integrata. Seguendo l'evoluzione del campo magnetico solare nell'arco di diversi decenni, hanno notato che il ciclo di undici anni, che alterna un minimo tranquillo e un massimo di intensa attività, modifica sistematicamente le caratteristiche chimiche della superficie solare. Questo comportamento offre un parallelismo con le due popolazioni osservate negli ammassi globulari.
Il punto di partenza dello studio risale al 2020, quando lo stesso gruppo aveva pubblicato un lavoro sulla scoperta di gigantesche macchie stellari brillanti su un particolare tipo di stelle negli ammassi globulari, quelle del ramo orizzontale estremo. Inizialmente i ricercatori non avevano collegato queste macchie brillanti alle facole, le regioni luminose note nella fisica solare. Il nesso è emerso in modo fortuito, approfondendo la letteratura sul Sole. Il momento decisivo è arrivato quando il gruppo ha realizzato che le proprietà chiave delle facole solari — essere regioni calde, povere di carbonio e con maggiore luminosità nella banda G — coincidono con i tratti distintivi delle stelle anomale degli ammassi globulari.
Da questa intuizione è nato un ponte analogico tra le proprietà magnetiche delle facole solari e molte delle anomalie riscontrate negli ammassi. Lo studio non pretende di risolvere definitivamente il mistero, ma propone un'interpretazione alternativa che potrebbe ridimensionare la necessità di scenari complessi di arricchimento chimico attraverso generazioni multiple. La ricerca italiana aggiunge così un tassello a una questione aperta da decenni, suggerendo che fenomeni magnetici osservabili sulla stella più vicina possano aiutare a leggere la luce di sistemi stellari lontani miliardi di anni.