Le utopie perdono fascino nel momento in cui si realizzano, e proprio la realizzazione ne trasforma la politica. È il punto di partenza del saggio con cui l'architetto e ricercatore spagnolo Andrés Jaque interroga l'eredità delle visioni utopiche nell'epoca della connessione permanente, pubblicato nella sezione «Posthuman Utopias» di designboom e realizzato insieme a INDX|GLOBAL.
Jaque prende le mosse dalle immagini degli Archigram, il gruppo britannico che nel Novecento immaginò città mobili e interconnesse, fatte di capsule, reti e strutture leggere in movimento. Quelle proposte promettevano libertà, flessibilità e scambio. Oggi, sostiene l'autore, quelle stesse promesse si scontrano con una realtà molto diversa: la mobilità coesiste con frontiere fortificate, la flessibilità del lavoro con la crisi abitativa, la possibilità di lavorare ovunque con piattaforme che concentrano potere, sorveglianza ed estrazione di dati.
Nel ragionamento di Jaque, il calcolo computazionale accompagna la guerra e la distruzione urbana, mentre le reti digitali hanno industrializzato la disinformazione. Le tecnologie presentate come strumenti di liberazione, osserva, possono trasformarsi in infrastrutture di dominio. Per questo il problema non va letto come una semplice questione di uso buono o cattivo degli strumenti, ma come una questione politica sulla loro architettura e sui soggetti che la governano.
Secondo l'autore, le crisi contemporanee nascono dall'interazione di sistemi computazionali, biologici, economici ed ecologici. L'abitare, ad esempio, è modellato da algoritmi finanziari, regimi proprietari e flussi migratori. Il clima, la perdita di biodiversità e la guerra coinvolgono processi tecnici e viventi intrecciati tra loro. Jaque definisce queste dinamiche come messe in atto postumane, non come problemi separabili da affrontare uno alla volta. Un tratto decisivo è che la partecipazione delle persone a queste trasformazioni supera spesso ciò che riescono a percepire.
Da qui la tesi centrale: l'architettura dovrebbe sperimentare all'interno dei conflitti, e non a distanza di sicurezza. Sperimentare, in questo senso, significa mettere in discussione chi ha la possibilità di produrre conoscenza e chi può orientarne le conseguenze. È un invito a spostare il baricentro dal progetto come esercizio di immaginazione astratta verso una pratica che accetta di misurarsi con i rapporti di potere concreti.
Andrés Jaque è un architetto spagnolo e ricercatore. Nel 2003 ha fondato l'Office for Political Innovation, noto con la sigla OFFPOLINN, con sedi di attività a New York e Madrid. È professore e preside della Graduate School of Architecture, Planning and Preservation della Columbia University. Il suo lavoro è stato riconosciuto con il Frederick Kiesler Prize nel 2016 e con il Leone d'argento alla Biennale di Venezia. Nel testo ricorrono progetti come la Rambla Climate-House, la Reggio School, il Transspecies Palace e la Kitchen, che illustrano il suo modo di intrecciare architettura, ecologia e politica.