L'europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis è stata condannata dal Tribunale di Milano, sezione Lavoro, a risarcire con oltre 300mila euro due ex collaboratori licenziati senza giusta causa. La sentenza, emessa lo scorso marzo dal giudice Franco Caroleo e resa nota dall'Adnkronos, rappresenta un colpo per la politica italiana, nota per il suo impegno nelle battaglie per i diritti sociali e abitativi.
I due ex assistenti, assistiti dagli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto, avevano presentato ricorso dopo essere stati licenziati nel febbraio 2025, pochi mesi dopo l'elezione di Salis al Parlamento europeo, avvenuta nel giugno 2024. Entrambi i contratti, con scadenza prevista al termine del mandato parlamentare (16 luglio 2029), prevedevano una retribuzione mensile compresa tra 2.900 e 3.000 euro. Le mansioni includevano lo sviluppo di progetti per valorizzare il ruolo della parlamentare, la progettazione e gestione di campagne ed eventi in Italia e all'estero, nonché l'assistenza nei contatti con le autorità e la consulenza politica strategica.
Secondo quanto ricostruito nella sentenza, il rapporto di lavoro si è deteriorato rapidamente. A una delle assistenti è stato comunicato un recesso anticipato per il «venir meno del rapporto fiduciario», trasformando la collaborazione in una «situazione di incompatibilità ambientale e personale». A un altro collaboratore è stato revocato l'incarico con effetto immediato, «tenuto conto della manifesta insoddisfazione riguardo ai contenuti della sua collaborazione». I legali dei due ex dipendenti hanno sottolineato che non vi è stato alcun tentativo di accordo prima del licenziamento.
Il giudice ha stabilito che «spetta certamente alla datrice di lavoro l'onere della prova della giusta causa», ma Salis, rimasta contumace durante l'intero procedimento, «non ha evidentemente assolto al proprio onere». Di conseguenza, «deve quindi affermarsi l'insussistenza della giusta causa nei recessi impugnati». La decisione ha portato a un risarcimento complessivo di 300.900 euro per i mancati guadagni fino alla scadenza del mandato, più 10mila euro per le spese legali. In pratica, l'intero stipendio da europarlamentare di Salis per diversi mesi dovrà essere girato ai due ex collaboratori.
La vicenda ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, i critici di Salis hanno sottolineato il paradosso di una politica che si presenta come paladina dei diritti dei lavoratori e degli occupanti abusivi, ma che viene condannata per comportamenti definiti «da padrone» nei confronti dei suoi stessi collaboratori. Dall'altro, la diretta interessata ha respinto le accuse, annunciando ricorso in appello. In un post sui social, Salis ha dichiarato: «Nel marzo 2026 il Tribunale di Milano ha emesso una sentenza di primo grado relativa al recesso dal rapporto di collaborazione con due assistenti, ritenendo insussistente la giusta causa. Si tratta di una decisione che contesto integralmente e che ho già impugnato».
Salis ha inoltre sostenuto di non aver potuto esercitare il diritto di difesa in primo grado: «Non ho avuto la possibilità di difendermi nel giudizio di primo grado, svoltosi in mia assenza e a mia insaputa, perché, pur essendo perfettamente note le modalità con cui notificarmi gli atti, la notifica non mi è mai pervenuta. Data la mia incolpevole assenza, il Tribunale ha pronunciato la propria decisione esclusivamente sulla base degli elementi acquisiti dai ricorrenti». Ha aggiunto che la decisione di interrompere la collaborazione «non è stata arbitraria, improvvisa né priva di motivazioni, ma era diventata necessaria per tutelare il corretto esercizio del mio mandato parlamentare, le risorse pubbliche affidate alla mia responsabilità e le persone che rappresento».
La vicenda giudiziaria si inserisce in un contesto più ampio che vede Salis al centro dell'attenzione mediatica. Arrestata in Ungheria nel 2023 per aver partecipato a un'aggressione ai danni di militanti di estrema destra durante le manifestazioni del cosiddetto «Giorno dell'Onore», è stata eletta europarlamentare mentre si trovava agli arresti domiciliari a Budapest. La sua elezione ha sollevato dibattiti sulla compatibilità tra il mandato europeo e la detenzione, ma alla fine ha potuto assumere l'incarico. Ora, con questa condanna civile, si apre un nuovo capitolo giudiziario che potrebbe avere ripercussioni sulla sua carriera politica e sulla sua immagine pubblica.
Il procedimento d'appello è già stato avviato e si svolgerà nei prossimi mesi. La sentenza definitiva potrebbe chiarire se i licenziamenti siano stati effettivamente arbitrari o se, come sostiene Salis, fossero motivati da esigenze legate al mandato parlamentare. Nel frattempo, la condanna di primo grado rappresenta un precedente significativo per i rapporti di lavoro dei parlamentari europei e dei loro collaboratori, sollevando interrogativi sulle tutele contrattuali e sulle responsabilità dei datori di lavoro pubblici.