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IA e lavoro, il Parlamento discute opportunità e rischi per l'occupazione

Al forum Cnpr «IA e lavoro, l'allarme sull'occupazione», esponenti politici e professionisti hanno discusso l'impatto dell'intelligenza artificiale su occupazione, competenze e disuguaglianze, chiedendo formazione e regole condivise.

L'intelligenza artificiale deve diffondersi in modo democratico, senza favorire monopoli e con piattaforme diverse, mettendo la tecnologia al servizio dei cittadini. È la posizione espressa da Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia in Commissione Affari costituzionali, nel corso del forum «IA e lavoro, l'allarme sull'occupazione» promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili (Cnpr), presieduta da Luigi Pagliuca.

Russo ha spiegato che l'accesso ai grandi archivi digitali ha già trasformato il lavoro dei giornalisti, sempre meno impegnati nella ricerca materiale delle notizie e sempre più chiamati a verificarne attendibilità, provenienza e correttezza. Un cambiamento analogo interesserà numerose professioni, nelle quali l'IA potrà sostituire le mansioni più ripetitive, liberando tempo per attività creative e strategiche. Questa evoluzione, ha aggiunto, deve però essere accompagnata da formazione, nuove competenze e regole condivise. «L'intelligenza artificiale potrà migliorare la salute, il lavoro e la qualità della vita, purché siano le persone a stabilirne limiti e principi etici», ha dichiarato, sottolineando la necessità di educare cittadini e lavoratori a un utilizzo responsabile e di imporre alle macchine adeguati strumenti di autocontrollo.

Anna Ascani, vicepresidente della Camera dei deputati ed esponente del PD, ha posto l'accento sulla concentrazione degli investimenti in poche aziende, soprattutto negli Stati Uniti e in Cina. Secondo Ascani, questo accumulo di risorse e potere tecnologico rischia di ampliare le disuguaglianze e di modificare gli equilibri geopolitici, come dimostrano i negoziati sulle terre rare tra Donald Trump e Xi Jinping e i conflitti alimentati dalla competizione per il controllo delle materie prime e delle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell'IA. La corsa verso sistemi sempre più avanzati richiede limiti chiari e strumenti di sicurezza. Per rendere la trasformazione più democratica occorre aumentare gli attori coinvolti, a partire dall'Unione Europea. Finora l'Europa ha svolto un ruolo prezioso come regolatore, introducendo norme capaci di contenere i rischi e tutelare i diritti; ora deve diventare protagonista sul piano industriale e tecnologico, investendo in ricerca, competenze e piattaforme autonome. Soltanto un maggiore pluralismo potrà evitare che l'IA diventi uno strumento nelle mani di pochi e prevenire i pericoli riconosciuti dagli stessi protagonisti del settore.

Laura Cavandoli, parlamentare della Lega in Commissione Agricoltura, ha rivendicato l'attenzione del governo sul tema: l'Italia è stato il primo Paese UE ad approvare una normativa nazionale organica sull'intelligenza artificiale, in attuazione dell'AI Act. La direzione, ha spiegato, è chiara: questa tecnologia non deve diventare appannaggio esclusivo delle grandi aziende, ma generare un benessere diffuso. Lo scorso luglio Cavandoli ha presentato alla Camera il «Manifesto per l'Italia digitale» per accelerare la trasformazione digitale del Paese, proponendo un voucher dedicato a sostenere gli investimenti in tecnologie e competenze digitali da parte di micro, piccole e medie imprese, professionisti ed enti del Terzo Settore. L'obiettivo è rendere i dati disponibili a tutti, sostenendo l'innovazione e riducendo le disuguaglianze, sotto il monitoraggio di un Comitato per l'attuazione della strategia nazionale. Secondo l'Istat, nel 2025 soltanto il 16% delle PMI utilizzava sistemi di IA, mentre le grandi imprese superavano il 50%. Un divario che deve essere colmato. Per le competenze richieste dall'IA il Governo ha già aggiornato i percorsi didattici sostenendo anche le competenze STEM.

Giulia Pastorella, deputata di Azione in Commissione Trasporti, ha sottolineato che l'intelligenza artificiale deve essere adottata in tutti i settori e nelle imprese di ogni dimensione. La prima sfida è costruire le competenze per utilizzarla efficacemente, dalle PMI alle grandi aziende. La seconda è riconoscerne le potenzialità, superando il tecno-scetticismo e la convinzione che gli investitori internazionali non siano interessati a sostenere il sistema produttivo italiano. Pastorella si è detta convinta che le imprese italiane possano ottenere vantaggi concreti dall'IA. Occorre individuare, tra i numerosi modelli disponibili, quello più adatto alle esigenze di ciascuna organizzazione, procedendo anche per piccoli passi. Sviluppatori, professionisti e lavoratori esperti non devono subire il cambiamento, ma diventare padroni delle nuove tecnologie. Ogni azienda dovrebbe valutare non soltanto quale strumento adottare, ma anche se il personale possieda le capacità per utilizzarlo in modo consapevole. Sul territorio sono disponibili servizi di accompagnamento e formazione, oltre a incentivi per la transizione digitale. L'innovazione funziona quando tecnologia e capitale umano crescono insieme.

Nel corso dei lavori, moderati da Anna Maria Belforte, il punto di vista dei professionisti è stato espresso da Elisabetta Polentini, commercialista e revisore legale dell'Odcec di Roma. L'entrata a regime della governance prevista dall'AI Act rende indispensabile una formazione strutturata e adeguata ai diversi ruoli professionali. Il Regolamento europeo impone infatti a fornitori e utilizzatori di sistemi di intelligenza artificiale di promuovere l'alfabetizzazione del personale e dei collaboratori. Investire nelle competenze consente non soltanto di ridurre i rischi e rispettare gli obblighi normativi, ma anche di utilizzare l'IA in modo sicuro, etico e capace di generare nuove opportunità.