Torino torna al centro del dibattito sulla sicurezza pubblica dopo gli episodi di violenza che hanno segnato il corteo del 31 gennaio 2026 contro lo sgombero di un centro sociale. Secondo quanto comunicato dalla Questura, in quell'occasione sono rimasti feriti 103 appartenenti alle forze dell'ordine, un mezzo della Polizia è stato incendiato e un agente è stato aggredito a calci e colpi e preso a martellate. Numeri che hanno riacceso la discussione sul confine tra legittimo dissenso e aggressione, e sulla capacità delle istituzioni di rispondere con fermezza a episodi che si ripetono.
Il nome di Askatasuna ricorre nelle cronache giudiziarie e nelle indagini relative a diverse manifestazioni. Non si tratta di una polemica astratta: nell'ottobre successivo agli scontri sono state eseguite 14 perquisizioni e la Procura ha richiesto 19 misure cautelari per diversi reati contestati in relazione a quei fatti. Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità individuali, ma la gravità degli episodi descritti dalle autorità non può essere minimizzata. La questione, secondo la linea espressa nel dibattito pubblico, non può essere ulteriormente ignorata: da troppo tempo il capoluogo piemontese è teatro di episodi che chiamano in causa frange dell'antagonismo radicale e dell'area anarchica.
Il punto centrale è il rapporto tra diritto di manifestare e uso della violenza. Il diritto di protesta è garantito dalla Costituzione e deve essere tutelato sempre, anche quando le idee espresse sono lontane da quelle di chi governa o di chi osserva. Ma questo diritto non può diventare uno scudo dietro il quale nascondere chi lancia pietre, incendia beni pubblici, distrugge attività commerciali o si accanisce contro un agente in divisa. La libertà di protesta non autorizza la violenza, non la giustifica e non la rende meno grave. È inaccettabile che gruppi violenti possano continuare a trasformare le piazze in luoghi di scontro, devastazione e intimidazione, e che chi indossa una divisa venga trattato come un nemico da abbattere.
Su questo terreno si chiede un intervento più deciso delle istituzioni. Un centro sociale non può diventare una zona franca rispetto alla legge: se singoli militanti o gruppi riconducibili a un ambiente politico commettono reati, devono essere identificati e chiamati a risponderne; se emergono responsabilità organizzative, queste devono essere accertate e perseguite. Nessuna appartenenza politica, nessuna parola d'ordine e nessuna presunta causa rivoluzionaria possono garantire impunità. Non si tratta di condannare indiscriminatamente chiunque abbia frequentato un centro sociale, ma di pretendere che chi aggredisce, devasta e minaccia risponda delle proprie azioni. La responsabilità è personale, ma la ripetizione di episodi violenti impone alle istituzioni di non abbassare la guardia e di intervenire con tutti gli strumenti consentiti dalla legge.
La richiesta è quella di un'azione investigativa rigorosa, di un coordinamento efficace tra le istituzioni, di una risposta giudiziaria tempestiva e dell'applicazione delle misure previste dalla legge. Serve proteggere chi manifesta pacificamente e isolare chi cerca lo scontro, smettendo di trattare la violenza politica come un inevitabile effetto collaterale della protesta. Il vero pugno di ferro democratico, secondo questa impostazione, è fatto di certezza della legge, tutela delle vittime, responsabilità individuali accertate e nessuna impunità: non vendetta, non giustizia sommaria, ma uno Stato che non si lascia intimidire.
Nel dibattito è stato rivolto un ringraziamento esplicito alle donne e agli uomini della Polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e di tutte le forze impegnate nella sicurezza pubblica, oltre che ai prefetti e al personale delle prefetture. A loro viene chiesto ogni giorno di mantenere la calma anche quando sono insultati, minacciati o aggrediti, di proteggere i cittadini, garantire il diritto di manifestare e contenere situazioni difficili prendendo decisioni in pochi istanti, spesso mettendo a rischio la propria incolumità. Dietro ogni uniforme c'è una persona, una famiglia, qualcuno che aspetta a casa il suo ritorno: a chi viene mandato in strada per garantire l'ordine pubblico va riconosciuto rispetto, sostegno concreto e piena tutela, senza che possa essere lasciato solo davanti alla violenza o diventare bersaglio di campagne di discredito per il solo fatto di svolgere il proprio dovere.