Il sostegno militare degli Stati Uniti all'Ucraina passa quasi interamente attraverso la Nato e i comandanti americani che operano nell'Alleanza atlantica mantengono una fedeltà limitata a Donald Trump, orientandosi piuttosto verso il Consiglio Atlantico. È la valutazione di Orio Giorgio Stirpe, colonnello della riserva e analista militare indipendente, già per dodici anni presso il Comando Nato di Solbiate Olona, intervenuto sulle ultime prese di posizione del presidente statunitense sul conflitto in Ucraina.
Secondo Stirpe, con Trump «è ormai inutile cercare di trovare una logica precisa», ma dal punto di vista delle conseguenze militari non è detto che le sue dichiarazioni producano gli esiti catastrofici che molti osservatori vi leggono. Il punto centrale, spiega l'analista, è la natura del supporto americano: circa il 90 per cento dell'aiuto fornito finora a Kiev è riconducibile a intelligence satellitare, un ambito in cui gli Stati Uniti dispongono di un vantaggio enorme grazie al numero di satelliti in orbita, tale da consentire un'osservazione continua di qualsiasi area del pianeta. In una guerra di attrito come quella ucraina, tuttavia, perdere di vista una brigata russa per quarantotto ore non rappresenta una tragedia, perché le unità si muovono ormai a piedi o con i quad e non possono coprire distanze significative in quel lasso di tempo.
L'analista sottolinea poi un aspetto che, a suo dire, sfugge ai più: il sostegno americano non è diretto. Gli Stati Uniti non consegnano materiali, informazioni o dati satellitari direttamente all'Ucraina, ma li trasferiscono alla Nato, che a sua volta li passa a Kiev. In questo passaggio si inserisce la questione della catena di comando: la Nato e i suoi comandi militari sono in larga parte controllati da americani, ma questi ufficiali, quando operano in ambito atlantico, mostrano una fedeltà ridotta verso la Casa Bianca e molto più solida verso il Consiglio Atlantico.
Quanto alla situazione sul campo, Stirpe rileva una confusione di fondo alimentata dall'uso della parola «attacco», impiegata sia per le operazioni terrestri sia per i bombardamenti. Ne deriva l'impressione che Kiev sia costantemente sotto assedio, mentre si tratta in prevalenza di campagne aeree. Gli scontri sul fronte sono molto limitati: i russi premono in un solo punto, a Kostjantynivka, mentre gli ucraini avanzano in altri tre punti a nord e a sud della stessa località. Le progressioni di entrambe le parti sono definite ridicole rispetto alle dimensioni del teatro operativo e il fronte risulta bloccato. Le difficoltà russe derivano, secondo l'analista, dall'inferiorità tattica nell'impiego dei droni e dalla scarsità di rimpiazzi umani.
Il nodo principale da seguire nei prossimi mesi riguarda la mobilitazione. Putin non riesce a reclutare abbastanza volontari o mercenari provenienti dal terzo mondo per compensare le perdite, eppure insiste su operazioni offensive che richiedono rincalzi. La mobilitazione generale è però quasi inaccettabile sul piano economico, perché sottrarrebbe manodopera all'industria militare, e su quello politico, per il costo che comporterebbe. Il Cremlino deve quindi trovare una soluzione intermedia che consenta di mettere in uniforme più russi senza danneggiare la produzione industriale né il consenso interno. Nel frattempo, per mascherare il problema, prosegue la campagna aerea contro obiettivi civili in Ucraina.
Un ultimo passaggio riguarda Oleshky, centro che si trova in una terra di nessuno: gli ucraini inviano continuamente personale oltre il fiume per condurre azioni, mentre i russi controllano la zona in modo non stretto e la popolazione civile non ha modo di attraversare i corsi d'acqua per raggiungere i territori controllati da Kiev. La soluzione ragionevole, conclude Stirpe, sarebbe evacuare queste persone, come suggerito anche dal Papa con una breve tregua che consenta loro di attraversare il fiume e raggiungere Kherson.