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Il governo italiano chiede più flessibilità fiscale all'Ue per evitare l'austerità

L'esecutivo guidato da Giorgia Meloni sollecita Bruxelles ad ampliare i margini di manovra sul Patto di stabilità, sostenendo che l'inflazione importata da guerre e tensioni geopolitiche rischia di comprimere la spesa pubblica e la crescita senza colpa dei governi nazionali.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

Il governo italiano chiede all'Unione europea di ampliare i margini di flessibilità nell'applicazione delle regole fiscali, sostenendo che l'attuale quadro di governance economica rischia di aggravare le difficoltà di famiglie e imprese in una fase segnata da shock esterni. La richiesta, avanzata dall'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, punta a evitare che una crisi esogena generata da fattori internazionali fuori dal controllo dei governi nazionali produca danni ulteriori alla crescita, all'occupazione e alla capacità produttiva del Paese.

Secondo la posizione espressa dall'esecutivo, i margini di flessibilità già ottenuti, pari a 14 miliardi di euro derivanti dall'attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per gli investimenti nei settori dell'energia e della difesa, insieme alle norme contenute nel nuovo Patto di stabilità, rappresentano un passo in avanti rispetto al passato. In particolare, l'abbandono del criterio del deficit strutturale a favore del controllo del tasso di crescita della spesa primaria netta viene giudicato un'impostazione più realistica rispetto alle rigidità che hanno caratterizzato altre stagioni della governance economica europea.

Tuttavia, questi strumenti rischiano di rivelarsi insufficienti nell'attuale contesto. L'inflazione che colpisce l'Europa, si sottolinea, non deriva da errori di politica economica dei singoli Stati, da una spesa pubblica fuori controllo o da squilibri interni, ma è alimentata da fattori esterni come guerre, tensioni geopolitiche, instabilità internazionale, aumento dei prezzi delle materie prime energetiche e conseguente crescita dei costi di produzione. In questo scenario, ancorare la governance fiscale europea a un percorso di crescita della spesa netta espresso in termini nominali rischia di trasformarsi in un boomerang, comprimendo ulteriormente i margini di intervento pubblico proprio mentre sarebbe necessario sostenere famiglie, imprese e investimenti.

Il nodo tecnico è indicato con precisione: poiché il limite è calcolato in euro correnti, non tiene automaticamente conto di un'inflazione superiore alle previsioni. Se il costo di pensioni, servizi pubblici o trasferimenti aumenta per effetto del rialzo generalizzato dei prezzi, la spesa cresce anche in assenza di nuove decisioni politiche. Un governo può quindi rispettare rigorosamente i propri impegni e trovarsi comunque oltre i livelli di spesa preventivati semplicemente perché l'inflazione corre più velocemente delle stime iniziali.

Da qui la richiesta di un correttivo politico. Non si tratterebbe, secondo questa impostazione, di allentare la disciplina di bilancio, ma di distinguere le responsabilità dei governi dalle conseguenze di eventi eccezionali e imprevedibili che già gravano sulla crescita. La richiesta italiana di ampliare gli spazi di flessibilità oltre quelli già riconosciuti viene presentata come uno strumento realistico per affrontare una congiuntura straordinaria, senza deroghe e senza lassismo.

Il riferimento storico è alle crisi del 2007 e del 2011, che secondo questa lettura dovrebbero ricordare come interventi tardivi e politiche eccessivamente restrittive possano aggravare le difficoltà economiche anziché risolverle. È alla luce di quella lezione che la richiesta di maggiore flessibilità viene definita non soltanto ragionevole, ma necessaria per evitare che una crisi esogena alimenti tensioni sociali e comprometta ulteriormente crescita, occupazione e capacità produttiva.

La posizione si chiude con un auspicio esplicito: che l'Europa non torni a essere prigioniera dei riflessi condizionati dell'austerità e non trasformi ancora una volta regole nate per garantire stabilità in ostacoli alla crescita. Senza crescita, si argomenta, non esiste sostenibilità dei conti pubblici, non aumenta l'occupazione, non si riduce il debito e non esiste alcun parametro che possa essere rispettato nel lungo periodo. L'Europa auspicata è quella che guarda alle fabbriche, alla competitività delle imprese, agli investimenti, all'innovazione, alla sicurezza energetica e alla capacità produttiva del continente, comprendendo che la crescita non è una variabile subordinata ai vincoli contabili, ma il presupposto indispensabile della sostenibilità economica e sociale.

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