Il filamento PLA viene spesso presentato come la scelta ecologica nel mondo della stampa 3D, grazie alla sua presunta natura biodegradabile. Un esperimento durato un anno, condotto da un appassionato con il progetto «I built a thing», ridimensiona però questa convinzione: sepolto in giardino, il PLA non mostra segni di decomposizione significativi, né in termini visivi né di resistenza meccanica.
Il test ha previsto tre set di campioni: uno di controllo, uno interrato nel terreno e uno nel compost. Dopo aver affrontato un inverno europeo e un'estate particolarmente calda e secca, i campioni sono stati dissotterrati e analizzati. L'ispezione visiva non ha rivelato differenze rilevanti tra i tre gruppi, e anche il test di resistenza alla trazione non ha evidenziato variazioni statisticamente significative. In altre parole, un anno in condizioni reali non ha intaccato le proprietà del materiale.
Per andare oltre l'osservazione empirica, è stata utilizzata la microcalorimetria isotermica presso l'Università di Basilea. L'obiettivo era capire se il PLA potesse nutrire i microrganismi presenti nel suolo. La risposta è stata netta: l'attività microbica in presenza del materiale è diminuita più rapidamente rispetto ai campioni di controllo, probabilmente perché il PLA non offre sostanze utilizzabili dai batteri. Il materiale, quindi, non si comporta come una risorsa per l'ecosistema del suolo, ma come un corpo estraneo inerte.
La questione diventa ancora più concreta quando si guarda alla filiera dello smaltimento. L'autore dell'esperimento ha contattato numerosi impianti di compostaggio commerciale in Svizzera, Germania e Stati Uniti. Molti si sono detti disponibili ad accettare PLA in linea di principio, ma nessuno ha accettato pezzi stampati in 3D. Il motivo principale è economico: anche in condizioni di compostaggio industriale, i tempi di degradazione del PLA sono troppo lunghi per essere sostenibili per un impianto.
Il PLA, infatti, si degrada principalmente per idrolisi, un processo che richiede temperature superiori alla sua temperatura di transizione vetrosa e condizioni specifiche di umidità e ambiente. Senza questi requisiti, la decomposizione può richiedere tempi lunghissimi, incompatibili con i cicli di lavorazione degli impianti. Questo spiega perché il materiale, pur essendo tecnicamente compostabile in teoria, non lo sia di fatto nella pratica quotidiana.
Esistono alternative come il PHA, che non necessita della fase di idrolisi per essere biodegradabile. Tuttavia, il PLA presenta anche altri limiti tecnici: è soggetto a infragilimento dovuto alla cristallizzazione, un fenomeno che può trasformare una bobina in una serie di frammenti inutilizzabili. Per questo motivo, il PETG è diventato un'alternativa sempre più diffusa e apprezzata tra gli appassionati di stampa 3D, grazie alla sua maggiore durabilità e stabilità.
La vicenda non mette in discussione l'utilità del PLA come materiale da stampa, ma invita a riconsiderare le aspettative sul suo fine vita. Chi lo utilizza per progetti domestici o prototipi dovrebbe sapere che non può semplicemente interrarlo sperando che scompaia. La gestione responsabile dei rifiuti stampati in 3D resta una questione aperta, che richiede soluzioni diverse dalla compostaggio domestico o industriale.