«Il destino siamo soprattutto noi». Lo scrive la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in alcuni stralci de «La versione di Giorgia», il libro-intervista curato da Alessandro Sallusti edito da Rizzoli, pubblicati per gentile concessione dell'editore. Nel volume la premier ripercorre la propria esperienza politica e personale, dal quartiere popolare di origine alla scrivania di Palazzo Chigi, e indica nell'orgoglio nazionale e nella credibilità delle istituzioni le condizioni per rilanciare il Paese.
L'obiettivo da cui dipendono tutti gli altri, spiega Meloni, è «restituire agli italiani l'orgoglio di essere tali» e dare loro «uno Stato degno del suo grande popolo, in cui identificarsi». Una nazione, aggiunge, «nessuno può salvarla da solo, si può salvare solo se ci crediamo tutti insieme». Per questo serve recuperare «quel senso di comunità senza il quale sarà impossibile esprimere al meglio le nostre potenzialità» e restituire credibilità alle istituzioni: «Puoi fare leggi ottime, ma se lo Stato viene percepito come nemico ci sarà sempre qualcuno che le aggirerà».
Nel libro la presidente del Consiglio affronta anche il tema dei modelli da proporre ai giovani. Il suo sogno è un'Italia in cui i profili social con più consensi non siano quelli degli influencer «che mettono in piazza la loro vita patinata fatta di barche e abiti lussuosi», ma quelli di ricercatori, soldati e medici. E immagina che un giovane, alla domanda su cosa voglia fare da grande, risponda: «Non mi do limiti, ma in ogni caso voglio fare qualcosa che sia utile anche per la mia nazione».
Meloni ripercorre poi la sua ascesa, definendosi «la prova vivente che la volontà può portarti a fare cose che non avevi previsto». Ricorda la sorpresa per la commozione di molti quando è diventata presidente del Consiglio: «Perché la mia è una storia che rompe i tabù della nazione bloccata, della vita delle persone decisa a tavolino». Un passaggio, sottolinea, che va oltre il ritorno del centrodestra al governo: «C'era altro, in quella commozione», racconta, citando una persona autorevole che nelle prime ore del mandato le disse: «Giorgia, questa cosa non poteva succedere».
La premier respinge l'idea che il successo dipenda solo dalle condizioni di partenza. «Troppe volte ho sentito dire da chi non aveva quello che avrebbe voluto che era colpa dello Stato, colpa della politica, colpa delle condizioni di partenza», scrive. Pur riconoscendo che questi fattori influiscono, aggiunge: «Siamo sicuri di aver fatto tutto quello che era possibile? Per come la vedo, il nostro destino dipende soprattutto da quello che noi siamo disposti a fare, da quanto siamo disposti a lavorare, da quanto siamo disposti a sacrificare».
Infine, Meloni rivendica un vantaggio rispetto ai recenti predecessori in politica estera: la stabilità del governo. In passato, osserva, i partner internazionali si chiedevano se l'interlocutore italiano sarebbe stato ancora lo stesso al prossimo incontro bilaterale. «L'orizzonte breve dei governi italiani è stato un elemento devastante anche in politica estera, perché i rapporti seri e le scelte strategiche hanno bisogno di tempo», conclude.