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Capotreno ucciso, Jelenic scatenato in aula insulta la sua avvocata

Marin Jelenic, accusato dell'omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio alla stazione di Bologna, ha aggredito la gabbia di vetro e insultato la sua legale durante l'udienza. La perizia psichiatrica lo ha dichiarato capace di intendere e di volere.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

Momenti di tensione in Tribunale a Bologna, dove si celebra il processo per l'omicidio del capotreno trentaquattrenne Alessandro Ambrosio, ucciso alla stazione di Bologna lo scorso 5 gennaio. L'imputato, Marin Jelenic, ha dato in escandescenze durante l'udienza, costringendo il presidente della Corte d'Assise, Pasquale Liccardo, a farlo portare via dall'aula.

Secondo quanto ricostruito, l'uomo ha iniziato a prendere a pugni e calci la gabbia di vetro che lo contiene, rivolgendo insulti e parolacce alla sua avvocata, Marialuisa Marcucci. Nel corso della sua furia, Jelenic ha anche gridato che quello in corso è «un processo politico, condotto in modo indegno e mafioso» e che «l'Italia è un Paese mafioso». L'imputato è stato quindi ricondotto in carcere.

L'esplosione di rabbia è avvenuta mentre era in corso la testimonianza dell'esperto nominato dalla Corte per la perizia psichiatrica, Domenico Berardi. Proprio nel momento in cui il perito stava illustrando le sue conclusioni, Jelenic ha perso il controllo. La sua legale, dopo l'accaduto, ha chiesto di essere dispensata dall'incarico difensivo. Il presidente Liccardo le ha però risposto che il comportamento dell'imputato, per quanto offensivo, non costituisce motivo sufficiente «per poter essere esonerata». La richiesta dell'avvocata è stata comunque verbalizzata.

La perizia psichiatrica, che Berardi stava esponendo, ha stabilito che Jelenic era perfettamente in grado di intendere e di volere al momento dei fatti e che è attualmente capace di stare in giudizio. Il perito ha spiegato di aver esaminato una grande quantità di materiale, tra cui la cartella clinica di Brescia, datata 7 gennaio, due giorni dopo il delitto, quella di Bologna, la documentazione del pronto soccorso e tutta la documentazione croata.

«Lui si è presentato in buono stato, era lucido, orientato, aveva una canottiera e ci hanno colpito i tatuaggi, molto ben fatti, delle fiamme, tatuaggi che sono un insieme», ha riferito Berardi. «Ci siamo chiesti se avessero un significato, un'appartenenza, una sottocultura. Non sono mai emersi sintomi deliranti».

Il perito ha poi descritto l'atteggiamento dell'imputato durante gli accertamenti: «Come si è posto con noi? Intelligente, abile, ha cercato di gestire la situazione. Non era indebolito da senso di colpa né da senso di inferiorità come ci si aspetta da un recluso. Anzi, era molto spigliato». Berardi ha aggiunto che, nonostante parlasse italiano molto bene, Jelenic ha preteso che si comunicasse in inglese. «Ha rifiutato di parlare di sé e ha detto che non c'entra niente con l'omicidio del capotreno. A un certo punto, è riuscito a farci anche ridere: quando gli abbiamo chiesto se aveva avuto esperienze allucinatorie, ci ha risposto che si aspettava quella domanda. Sembrava divertito. Restava però freddo, distante».

Il processo dovrà ora fare i conti con le conclusioni della perizia, che esclude qualsiasi vizio di mente. La difesa, rappresentata dall'avvocata Marcucci, si trova in una posizione complicata dopo la richiesta di dispensa dall'incarico, respinta dal presidente Liccardo. La Corte ha comunque messo a verbale la richiesta della legale, che potrebbe avere conseguenze sul prosieguo del dibattimento.

L'omicidio di Alessandro Ambrosio aveva scosso profondamente l'opinione pubblica e il mondo del lavoro ferroviario. Il capotreno, in servizio alla stazione di Bologna, era stato aggredito e ucciso lo scorso 5 gennaio. L'episodio aveva riacceso il dibattito sulla sicurezza nelle stazioni e sulle condizioni di lavoro del personale ferroviario, esposto quotidianamente a situazioni di rischio.

La posizione di Jelenic resta quella di un imputato pienamente consapevole, secondo quanto stabilito dai periti. La sua condotta in aula, con gli insulti alla difensora e le accuse di un processo «mafioso», non ha modificato il quadro processuale, ma ha aggiunto un ulteriore elemento di tensione a un'udienza già delicata. La Corte ha proseguito i lavori dopo che l'imputato è stato allontanato, mentre la sua avvocata dovrà decidere se proseguire nel mandato o insistere nella richiesta di essere sostituita.

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