I negozi di beneficenza del Regno Unito sono in crisi, schiacciati da valanghe quotidiane di donazioni che, nella maggior parte dei casi, non possono essere rivendute. Nel piccolo magazzino della charity shop di St Raphael's Hospice a Cheam, nel sud di Londra, arrivano in media da 30 a 50 sacchi al giorno, con picchi che superano le cento unità. Un volume che, spiega la commercial manager Caroline Worley, non è affatto un problema piacevole da gestire: «A volte c'è solo lo spazio per camminare in punta di piedi», racconta il store manager Colin French, 48 anni.
Frugando tra le donazioni, emerge chiaramente che gran parte del materiale è invendibile: vestaglie maleodoranti e sporche, scarpe da ginnastica logore, maglioni pieni di pallini, calzini vecchi e persino una custodia vuota per gioielli Swarovski. «Assolutamente tipico», commenta Worley. Ma il fenomeno non riguarda solo oggetti deteriorati: i negozi sono sommersi anche da una marea di abbigliamento fast fashion di bassa qualità, un cambiamento nelle abitudini di donazione che si è accelerato durante la pandemia di Covid. Secondo Worley, il tempo trascorso a casa ha permesso a molte persone di vendere i propri capi migliori su piattaforme come Vinted, lasciando alle charity shop solo ciò che non riesce a trovare acquirenti online.
Il risultato è un paradosso: da un lato, la generosità dei donatori non manca; dall'altro, la qualità di ciò che arriva sugli scaffali è crollata. I negozi di beneficenza, che tradizionalmente finanziano cause sociali e servizi essenziali, si trovano così a dover smaltire enormi quantità di tessuti e oggetti inutilizzabili, con costi di gestione e smaltimento che erodono i margini. La situazione mette in luce una trasformazione più ampia nel mondo del second hand: la vendita online di abiti usati è diventata la prima scelta per chi vuole disfarsi di capi ancora in buono stato, mentre il canale della donazione viene percepito come un'ultima spiaggia per ciò che non ha più valore commerciale.
La domanda che emerge è come donare in modo più efficace. Le charity shop non possono sostenere il peso di donazioni indiscriminate: ogni sacco va aperto, selezionato, smistato e, nel caso di capi sporchi o rotti, smaltito. Questo richiede tempo, personale e risorse che molte organizzazioni non hanno. La crisi non riguarda solo il Regno Unito, ma riflette una tendenza globale: l'ascesa del mercato dell'usato online ha ridefinito il significato stesso di donazione, trasformando i negozi di beneficenza in una discarica per ciò che non si riesce a vendere altrove.
Per i consumatori, la lezione è chiara: prima di riempire un sacco, vale la pena chiedersi se quel capo o quell'oggetto potrebbe davvero essere utile a qualcun altro. Donare non significa liberarsi dei propri rifiuti, ma offrire una seconda possibilità a ciò che merita ancora di essere indossato o utilizzato. Le charity shop, dal canto loro, stanno cercando di adattarsi, ma senza un cambiamento nelle abitudini dei donatori, il rischio è che sempre più negozi si trovino costretti a chiudere o a ridimensionare le proprie attività. La storia di Cheam è solo la punta dell'iceberg di un fenomeno che riguarda l'intero settore dell'usato e che merita attenzione, perché tocca il cuore del consumo responsabile e della sostenibilità.