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In Svezia gli chef riscoprono gli ingredienti locali

Nell'est della Svezia, cuochi e strutture ricettive stanno abbandonando le materie prime importate per valorizzare i prodotti del territorio, trasformando il modo di coltivare, cucinare e raccontare il cibo.

Nell'est della Svezia, a due ore a nord di Stoccolma, un numero crescente di chef e strutture ricettive sta scegliendo di rinunciare alle materie prime importate per valorizzare ciò che nasce nel raggio di pochi chilometri. Il fenomeno, raccontato attraverso l'esperienza di Högbo Brukshotell, mostra come il cibo possa diventare uno strumento per rafforzare il legame tra una regione, il suo paesaggio e le persone che la abitano.

Stefan Johansson, ex chef e oggi responsabile della sostenibilità presso Högbo, ha dedicato gran parte dell'ultimo decennio a ripensare il modo in cui quella zona della Svezia coltiva, cucina e concepisce il rapporto con gli alimenti. La svolta è nata da una domanda semplice ma scomoda, postagli anni fa da una giornalista: perché cucinava proprio quei piatti? Come molti colleghi ambiziosi, Johansson si era formato nei migliori ristoranti di Stoccolma, dove bastava una telefonata per ricevere ingredienti da ogni parte del mondo. Quella domanda, però, ha continuato a risuonare molto dopo la fine dell'intervista.

Da allora il lavoro di Högbo si è orientato verso una cucina radicata nel territorio, capace di raccontare il luogo in cui nasce. Le serre della struttura, situate accanto all'hotel, sono diventate il simbolo di questo cambiamento: non semplici orti produttivi, ma spazi in cui sperimentare varietà adatte al clima nordico e ridurre la dipendenza da forniture lontane. Johansson descrive Högbo come un luogo magico, e precisa che il fascino non dipende soltanto dall'ospitalità offerta dalla struttura.

La trasformazione non riguarda solo la cucina di un singolo albergo. Il caso di Högbo riflette una tendenza più ampia che attraversa la Svezia orientale e coinvolge cuochi, produttori e comunità locali. Scegliere ingredienti autoctoni significa ridurre le emissioni legate al trasporto, sostenere le economie rurali e preservare saperi agricoli che rischiano di scomparire. Significa anche offrire ai visitatori un'esperienza autentica, difficile da replicare altrove, perché legata a un suolo, a un clima e a una storia specifici.

Per i viaggiatori, questo approccio cambia il modo di vivere una destinazione. Il pasto non è più un servizio accessorio, ma una porta d'accesso alla cultura del luogo. Attraverso i sapori si comprendono le stagioni, le tradizioni e le scelte di chi coltiva e cucina. In un'epoca in cui l'offerta gastronomica tende all'omologazione, la scelta di Högbo e di altri protagonisti locali propone un modello alternativo, fondato sulla prossimità e sulla qualità delle relazioni.

Il messaggio che emerge da questa esperienza è che la sostenibilità, in cucina, non si misura soltanto in termini ambientali. Essa riguarda anche la capacità di costruire un'identità, di creare valore per il territorio e di offrire ai clienti un racconto coerente. La domanda della giornalista di anni fa ha avuto, a distanza di tempo, una risposta concreta: cucinare ciò che il luogo offre non è una limitazione, ma una forma di ricchezza.

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