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La capanna come rifugio e prototipo: il libro di Eva Morell indaga il nostro desiderio di semplicità

Il saggio «Refugio, una historia de cabañas» di Eva Morell esplora il significato culturale e architettonico delle capanne, dal rifugio primitivo al fenomeno contemporaneo della «cabañificación».

La capanna promette da sempre qualcosa di più grande della sua piccola impronta. Ridotta all'essenziale — riparo, recinto, rapporto con l'ambiente — sembra riportare l'architettura alla domanda fondamentale: cosa serve davvero per abitare un luogo? Oggi, in un'epoca di connessione permanente e ritmi frenetici, l'immagine di una struttura isolata nel paesaggio è diventata il simbolo di un altro stile di vita, più silenzioso e apparentemente autonomo. La capanna è insieme esperimento architettonico e fantasia culturale, uno spazio su cui proiettiamo tutto ciò che sentiamo mancare nella vita ordinaria.

La giornalista e curatrice spagnola Eva Morell esplora questa tensione nel libro «Refugio, una historia de cabañas», pubblicato da Debate nel 2025. Il volume attraversa la storia del rifugio, dalle prime abitazioni preistoriche al Walden di Thoreau, dal Cabanon di Le Corbusier alle capanne della cultura popolare. «Per me una capanna è un ideale, una filosofia, quasi una religione: uno spazio in cui ti senti a tuo agio, calmo e al sicuro», spiega Morell. «La capanna è più un sentimento che un'architettura, perché va oltre l'architettura stessa».

Nel mondo digitale, questo desiderio ha assunto una forma peculiare. Le capanne circolano instancabilmente su Instagram, Pinterest e nei racconti di viaggio: strutture in legno che brillano tra laghi, foreste e paesaggi innevati. Offrono un accesso visivo a un mondo immaginato come l'opposto di quello attraverso cui le incontriamo. La stessa Morell ha sviluppato la sua fascinazione grazie a Tumblr e ai primi social media, prima di fondare nel 2021 la newsletter «El Club de la cabaña». La contraddizione è centrale nella sua lettura del fenomeno: «Usiamo internet, che è esattamente ciò da cui vogliamo fuggire, come strumento per cercare la vita offline», dice. «Guardare capanne sullo schermo è un modo per scollegarsi senza alzarsi dal divano».

Per Morell, questa ossessione digitale è meno una contraddizione da risolvere che un sintomo da esaminare. La capanna immaginaria offre un ritiro anche quando non avviene alcun viaggio fisico. Scorrere queste immagini diventa un piccolo atto di proiezione: immaginare un'altra casa significa anche immaginare un'altra routine, un altro rapporto con il lavoro, la tecnologia, i beni o il tempo. «Mi sembra il sintomo più onesto di quanto siamo stanchi in questa era ipertecnologica e orientata alla produttività», osserva. La rilevanza contemporanea della capanna risiede forse proprio in questa distanza tra immagine e realtà: non vogliamo necessariamente l'edificio, ma le condizioni di vita che crediamo contenga.

L'architettura resta comunque fondamentale in questa promessa. Riducendo l'ambiente domestico a uno spazio limitato, la capanna impone scelte che le case più grandi possono rimandare o nascondere. Cosa merita spazio? Quali elementi sono indispensabili? Quanto comfort è sufficiente? Come deve incontrare un'abitazione il paesaggio, piuttosto che limitarsi a occuparlo? Dai rifugi primitivi agli esperimenti modernisti, la capanna ha permesso agli architetti di provare idee a una scala in cui ogni materiale, apertura e funzione diventa significativa. La storia di Morell colloca il celebre e compatto Cabanon di Le Corbusier accanto a forme di rifugio molto più antiche e vernacolari, suggerendo che l'impulso a ridurre l'abitazione non è né nuovo né legato a un unico linguaggio architettonico.

È qui che la capanna comincia a sembrare meno nostalgica e più sperimentale. I suoi limiti possono diventare vincoli utili per testare l'autosufficienza, l'economia dei materiali e un rapporto più immediato tra edificio e ambiente. L'apparente regressione verso qualcosa di primitivo può quindi indicare la strada verso il futuro. Morell descrive i primi rifugi come l'inizio della vita collettiva umana e sostiene che il nostro rapporto con essi non è mai scomparso: «Prima di nascere abitiamo già un rifugio, il corpo di nostra madre, e dopo veniamo al mondo e passiamo il resto del tempo a cercare luoghi che ci diano di nuovo quell'abbraccio». Per lei, «Refugio» non è un libro «sulle casette di legno», ma sull'impulso molto più antico di costruire spazi di protezione e appartenenza.

La promessa di semplicità della capanna si complica però quando entra nel mercato contemporaneo. Dalla pandemia, il turismo naturalistico e le sistemazioni remote sono cresciuti enormemente, trasformando isolamento, silenzio e disconnessione in beni desiderabili e spesso costosi. Morell chiama questo processo «cabañificación», paragonandolo alla gentrificazione di quartieri storici e mercati tradizionali. «Il mondo moderno ha ottenuto qualcosa di sorprendente: prendere le cose più basilari che esistono — andare in campagna, stare in silenzio, respirare — e trasformarle in un'attività d'élite per cui bisogna pagare», dice. «Stiamo pagando per qualcosa che dovrebbe essere gratuito: non essere disponibili». La capanna occupa così una posizione scomoda tra resistenza e consumo: può testare di quanta architettura abbiamo bisogno, mentre diventa un simbolo altamente progettato di privilegio; può promettere vicinanza alla natura, mentre contribuisce a trasformare quel paesaggio in un prodotto turistico. Morell pone la domanda direttamente: «Quando andiamo in una capanna, stiamo davvero fuggendo o stiamo solo consumando un'immagine di fuga?».

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