Wireva

Dai costi all'economia: il contributo dei rifugiati ucraini cresce in Europa

Polonia e Repubblica Ceca mostrano già un impatto economico e fiscale positivo, mentre in Germania cresce rapidamente l'occupazione. I dati europei indicano che il risultato dipende soprattutto dalla qualità dell'integrazione nel lavoro.

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

Nel 2022 l'arrivo di milioni di persone in fuga dall'invasione russa dell'Ucraina fu soprattutto una voce di spesa per i governi europei. Servivano alloggi, scuole, sanità, trasporti, corsi di lingua e sostegno al reddito. Quattro anni dopo quella fase non è scomparsa, ma una parte importante dei rifugiati è entrata nel mercato del lavoro e il conto economico ha cominciato a cambiare.

Al 30 giugno 2026 nell'Unione europea 4,41 milioni di persone fuggite dall'Ucraina beneficiavano della protezione temporanea. La Germania ne ospitava 1,286 milioni, la Polonia 961.170 e la Repubblica Ceca 390.810. Quasi il 30% del totale era composto da minori, mentre le donne adulte rappresentavano il 43,4%.

La Polonia offre il dato macroeconomico più netto. Uno studio Deloitte realizzato per UNHCR stima che nel 2024 la presenza dei rifugiati ucraini abbia generato un valore aggiunto pari al 2,7% del Pil polacco. Il 69% dei rifugiati in età lavorativa risultava occupato, contro il 75% dei cittadini polacchi.

L'effetto non deriva soltanto dalle imposte sui salari. Il modello include lavoro, consumi, contributi sociali, Iva e accise, oltre ai maggiori redditi delle imprese che hanno potuto produrre e vendere di più. Secondo lo studio, l'ingresso degli ucraini nel mercato del lavoro non ha provocato un aumento della disoccupazione dei polacchi né una riduzione dei loro salari reali. L'economia ha assorbito l'offerta aggiuntiva attraverso più occupazione e maggiore specializzazione.

La Repubblica Ceca mostra lo stesso processo dal lato dei conti pubblici. Il ministero del Lavoro ha calcolato che nel 2024 le entrate legate ai rifugiati hanno superato le spese di 9,7 miliardi di corone. Nei primi nove mesi del 2025 il surplus è salito a 11,7 miliardi. Nel solo terzo trimestre le entrate modellizzate hanno raggiunto 8,2 miliardi di corone contro 3,9 miliardi di spese.

In Germania l'integrazione è stata più lenta, ma il numero degli occupati cresce rapidamente. Nel dicembre 2025 lavoravano 372.900 cittadini ucraini; 320.600 avevano un impiego soggetto a contribuzione sociale. Rispetto al febbraio 2022, l'aumento degli occupati ha superato le 307.000 unità. L'Agenzia federale del lavoro sottolinea che i rifugiati contribuiscono a compensare il calo dell'occupazione dei cittadini tedeschi.

Questi risultati non consentono di attribuire automaticamente lo stesso vantaggio a ogni economia europea, Italia compresa. Il livello dei salari, la struttura delle imprese, il costo dell'abitazione, il sistema di welfare e la velocità di riconoscimento delle qualifiche cambiano molto da un Paese all'altro. Anche l'OECD ha rilevato grandi differenze: Polonia, Lituania ed Estonia avevano superato il 50% di occupazione dei rifugiati ucraini già nel 2023, mentre Germania, Austria e Belgio erano molto più indietro.

Il quadro generale europeo è però coerente con un effetto positivo dell'immigrazione sul lato dell'offerta di lavoro. Un lavoro del Fondo monetario internazionale rileva che circa due terzi dei posti creati nell'UE tra il 2019 e il 2023 sono stati coperti da cittadini extra-UE, mentre la disoccupazione dei cittadini europei è rimasta su livelli storicamente bassi. Gli ucraini sono una parte importante di questo fenomeno, ma non l'unica.

Il costo iniziale è stato reale. Nel 2022 il FMI stimava 30–37 miliardi di euro di spese nel primo anno per l'accoglienza dei rifugiati ucraini nell'UE. Il passaggio a un contributo netto richiede tempo e dipende dall'occupazione. Quando una persona lavora, il bilancio pubblico riceve imposte e contributi; quando il lavoro è coerente con le competenze, aumenta anche la produttività.

Proprio qui resta il maggiore margine di miglioramento. In Polonia solo circa un terzo dei rifugiati con laurea lavora in posizioni che richiedono istruzione universitaria. Le competenze linguistiche hanno inoltre un valore salariale misurabile. Ciò significa che la prossima fase non consiste soltanto nel trovare un posto qualsiasi, ma nel ridurre il lavoro sottoqualificato.

Per l'Italia il tema è quindi meno quello di replicare un numero polacco e più quello di osservare il meccanismo: accesso rapido al lavoro, riconoscimento dei titoli, servizi per l'infanzia e incontro tra competenze e imprese. È su questi passaggi che una politica nata come risposta umanitaria può trasformarsi, nel tempo, in capacità produttiva aggiuntiva.

Same event, other desks

Story file →