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BCE verso un rialzo dei tassi il 10 settembre

I mercati si aspettano un aumento di 25 punti base dopo il ritorno dell’inflazione dell’area euro al 3,3%. Per famiglie e imprese italiane il nodo resta quanto durerà lo shock energetico.

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Ank Kumar / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0 · rights

Questo articolo è stato prodotto con l’ausilio dell’IA sotto la responsabilità editoriale di Haydamax OÜ.

La Banca centrale europea arriva alla riunione del 10 settembre con un’aspettativa di mercato diventata quasi un consenso: un aumento di 25 punti base del tasso sui depositi, dal 2,25% al 2,50%. La decisione sarà pubblicata alle 14:15, dopo due giorni di riunione del Consiglio direttivo a Berlino, e Christine Lagarde parlerà alle 14:45.

Il cambio di tono rispetto a luglio nasce soprattutto dai prezzi. L’inflazione dell’area euro è risalita al 3,3% in agosto dal 2,9% di luglio. La componente energetica è accelerata fino al 14,3% annuo, mentre i servizi sono scesi al 3,0%. In Italia l’inflazione armonizzata è stimata al 3,2%, poco sotto la media dell’area euro ma comunque ben sopra l’obiettivo del 2% della BCE.

A luglio Francoforte aveva scelto di fermarsi dopo il rialzo di giugno. Il tasso sui depositi è rimasto al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e il tasso sui prestiti marginali al 2,65%. Il verbale della riunione mostra che tutti i membri avevano sostenuto la pausa, giudicando ancora incerto l’effetto completo dello shock energetico.

Da allora il quadro è diventato più scomodo. Il prezzo dell’energia non pesa soltanto sulle bollette: entra nei costi di trasporto, produzione e distribuzione e può quindi riapparire nei prezzi di beni e servizi. È proprio questa trasmissione che la BCE vuole evitare, soprattutto se dovesse modificare le aspettative di famiglie e imprese o riaccendere richieste salariali più aggressive.

Per chi vive in Italia, il prossimo rialzo non sarebbe un dettaglio astratto. Tassi più alti rendono più costoso il nuovo credito e possono rallentare la domanda di mutui e finanziamenti. Già a luglio la BCE segnalava una diminuzione della domanda di mutui e standard di credito più severi nel secondo trimestre. Chi ha un finanziamento a tasso fisso non vede cambiare automaticamente la rata, ma chi deve rifinanziare o accendere un nuovo prestito si muove in un mercato più caro.

Il paradosso è che l’inflazione di fondo appare più controllata dell’inflazione complessiva. Al netto dell’energia, l’aumento dei prezzi è molto più moderato. Per questo il 10 settembre non sarà semplicemente una risposta al dato del 3,3%, ma una valutazione su quanto a lungo l’energia resterà cara e quanto il rincaro si diffonderà nel resto dell’economia.

Le proiezioni di giugno della BCE indicavano un’inflazione media del 3,0% nel 2026, del 2,3% nel 2027 e del 2,0% nel 2028, con una crescita dell’area euro dello 0,8% quest’anno. Il prossimo aggiornamento delle previsioni arriverà lo stesso 10 settembre e sarà importante quanto la decisione sui tassi: un’inflazione prevista più persistente renderebbe credibili ulteriori strette, mentre una traiettoria più rapida verso il 2% limiterebbe la necessità di nuovi rialzi.

Il mercato, per ora, vede il 2,50% come il livello più probabile dopo la riunione. Anche il sondaggio della BCE tra previsori professionali indicava un picco intorno al 2,50% tra fine 2026 e inizio 2027, prima di una graduale discesa nel medio periodo. Ma la banca centrale insiste su un punto: nessuna traiettoria è già scritta.

Per l’autunno europeo il vero spartiacque sarà quindi la durata dello shock energetico. Se i prezzi dell’energia resteranno elevati e continueranno a contaminare il resto del paniere, il rialzo di settembre potrebbe non essere l’ultimo. Se invece la pressione si attenuerà senza trasferirsi ai salari e alle aspettative, il 2,50% potrebbe diventare una pausa più lunga. La riunione di Berlino dirà quale delle due strade appare oggi più vicina.

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