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Dolly Parton, dalla scrittura al mito pop senza perdere il Tennessee

La fase più fertile arrivò nei primi anni Settanta, quella di massima visibilità tra pop e cinema pochi anni dopo. In mezzo c’è la strategia culturale che ha reso Dolly Parton inconfondibile.

Per ricordare Dolly Parton non basta allineare successi e premi. La sua carriera è interessante soprattutto per il modo in cui ha attraversato confini che, nell’industria americana degli anni Sessanta e Settanta, sembravano più rigidi di oggi: tra autore e interprete, tra country e pop, tra televisione e cinema, tra celebrità e impresa.

Parton è morta a Nashville a 80 anni, ma il centro del suo percorso resta molto prima, quando scelse di trasformare un’opportunità televisiva in indipendenza artistica. Nata nel 1946 a Locust Ridge, in Tennessee, quarta di dodici figli, era già abituata a esibirsi da bambina. Nel 1967 entrò nel Porter Wagoner Show. La trasmissione la rese famosa presso il pubblico country nazionale e la portò stabilmente nel sistema RCA.

Il passaggio decisivo fu diventare qualcosa di più della partner di Wagoner. «Joshua» raggiunse il numero uno country nel 1971. Nel 1974 arrivarono tre numeri uno: «Jolene», «Love Is Like a Butterfly» e «I Will Always Love You». Il Country Music Hall of Fame considera proprio l’inizio e la metà degli anni Settanta la fase creativamente più fertile della sua carriera country.

La qualità di quelle canzoni nasceva dalla capacità di rendere concreto un sentimento. In «Coat of Many Colors» il ricordo di un cappotto cucito con pezzi di stoffa diventa racconto della povertà e dell’orgoglio familiare. «Jolene» costruisce un’intera tensione amorosa parlando direttamente alla rivale. «I Will Always Love You» nasce invece dalla decisione professionale di lasciare Wagoner: un addio lavorativo che diventa una delle ballate più universali del Novecento.

La storia del brano riassume la forza della scrittura di Parton. La sua versione fu numero uno country nel 1974. Una nuova registrazione tornò al primo posto nel 1982. Nel 1992 Whitney Houston ne fece un enorme successo pop mondiale. Cambiavano la voce, l’arrangiamento e il pubblico; la struttura emotiva reggeva.

Dopo il picco dell’autrice arrivò quello della celebrità nazionale. Nel 1977 «Here You Come Again» salì fino al terzo posto della classifica pop statunitense e l’album le portò il primo Grammy. Nel 1978 la CMA la nominò Entertainer of the Year. Nel 1980 esordì al cinema con «9 to 5»; la canzone raggiunse il numero uno sia nel pop sia nel country, vinse due Grammy e ottenne una candidatura all’Oscar. «Islands in the Stream», con Kenny Rogers, completò nel 1983 il passaggio al mainstream arrivando in vetta alle classifiche pop, country e adult contemporary.

La cosa notevole è che Parton non cercò di apparire meno «Tennessee» per raggiungere quel pubblico. Conservò accento, umorismo e riferimenti alle montagne, e rese ancora più riconoscibile il suo aspetto. Le fonti del Country Music Hall of Fame ricordano che ignorò i consigli di chi temeva che abiti vistosi e capelli esagerati mettessero in ombra il talento. L’immagine, invece, diventò parte del controllo artistico.

Anche l’impresa rimase legata al luogo d’origine. Nel 1986 entrò nella gestione del parco che riaprì come Dollywood. Il primo anno attirò 1,3 milioni di visitatori; in seguito è diventato l’attrazione turistica più visitata del Tennessee e supera regolarmente i due milioni di ingressi annui.

Nel 1995 Parton fondò l’Imagination Library, partendo dalla contea di Sevier e dalla storia di suo padre, che non aveva imparato a leggere e scrivere. Il programma invia libri gratuiti ai bambini piccoli. Nell’agosto 2026 aveva superato i 330 milioni di libri distribuiti. A questo si aggiunsero aiuti diretti alle famiglie colpite dagli incendi del Tennessee e da altre calamità.

La sua grandezza culturale sta quindi nell’aver fatto coincidere espansione e radicamento. Più diventava famosa, più il Tennessee entrava nella sua immagine pubblica. Più il repertorio si spostava verso il pop, più le canzoni dimostravano la forza della narrativa country.

Il catalogo ha superato i 100 milioni di dischi venduti e, il 19 agosto 2026, ha ricevuto 82 nuove certificazioni in 14 Paesi. È un dato importante perché toglie Dolly Parton dalla sola memoria: quelle canzoni continuavano a trovare pubblico mentre la loro autrice era ancora al lavoro.

Il mito pop, in questo caso, non ha cancellato la cantautrice. L’ha resa visibile su una scala che Nashville, nel 1967, difficilmente avrebbe potuto prevedere.

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