La frase più rilevante pronunciata da Mykhailo Fedorov non riguarda una sconfitta inevitabile dell’Ucraina, ma la velocità con cui, secondo l’ex ministro della Difesa, il Paese deve cambiare rotta. In un’intervista pubblicata da Reuters il 25 agosto, Fedorov ha detto che l’Ucraina sembra avviata verso una perdita graduale della guerra, pur insistendo sul fatto che esistono ancora tutte le possibilità per vincere.
Secondo Fedorov, Kiev dispone di una finestra di pochi mesi per prendere decisioni decisive. La sua diagnosi non si limita alla situazione sul fronte. Parla di assenza di una visione complessiva della vittoria, lentezza nell’integrazione delle tecnologie militari, corruzione, reti clientelari e istituzioni troppo dipendenti dalla politica. Ha perfino stimato che lo Stato ucraino operi al 5% della propria efficacia potenziale.
La parte militare della sua proposta è coerente con la reputazione di riformatore tecnologico che lo ha accompagnato per anni. Fedorov vuole droni autonomi guidati dall’intelligenza artificiale, missili intercettori più economici, un programma balistico nazionale e una rete di sensori capace di ridurre la presenza umana nelle zone più esposte del fronte.
Il problema politico nasce dal confronto con le sue parole di appena un mese prima. Il 23 luglio Fedorov sosteneva che, nei sei mesi trascorsi alla guida del ministero, l’Ucraina avesse iniziato per la prima volta dopo anni a riprendere l’iniziativa. Descriveva una finestra di opportunità per costringere la Russia alla pace da una posizione di forza. Oggi quella stessa finestra è presentata soprattutto come un termine entro il quale evitare che una traiettoria negativa si consolidi.
L’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky ha sottolineato esattamente questa contraddizione nella risposta fornita a Reuters. Secondo la presidenza, Fedorov valutava positivamente l’andamento della guerra quando era ministro e, dopo la sua uscita dal governo, la principale novità è il suo status personale. È una replica che sposta il confronto dal terreno puramente militare a quello della credibilità politica.
Una dinamica simile, almeno nella sequenza pubblica, si era vista con Oleksii Arestovych. Le sue dimissioni da consigliere non permanente del capo dell’ufficio presidenziale furono accettate il 17 gennaio 2023. Quattro giorni più tardi Arestovych cominciò a mettere in dubbio che la vittoria ucraina potesse essere considerata garantita, sottolineando di parlare ormai da persona non ufficiale. La somiglianza riguarda il cambio di registro dopo l’uscita dalle istituzioni, non dimostra identità di motivazioni.
La differenza è il peso dell’incarico. Arestovych non dirigeva l’apparato militare. Fedorov è stato ministro della Difesa e, a luglio, aveva detto che presidente, ministro della Difesa e comandante in capo sono le tre cariche che incidono realmente sull’andamento della guerra. Per questo le sue critiche hanno maggiore forza, ma anche un costo: devono essere confrontate con ciò che lui stesso è riuscito o non è riuscito a riformare.
La riforma dei centri territoriali di reclutamento è uno dei casi più sensibili. L’ombudswoman militare Olha Reshetylova ha dichiarato che il suo ufficio aveva discusso per mesi proposte di riforma con la squadra di Fedorov, senza vedere cambiamenti efficaci oltre alle dichiarazioni. Non ci sono però elementi per sostenere che Fedorov sia stato rimosso esclusivamente per questo motivo.
Zelensky ha indicato un quadro più ampio: Fedorov e l’allora comandante in capo Oleksandr Syrskyi non erano riusciti a lavorare insieme, mentre restavano irrisolti problemi sul campo di battaglia, nelle brigate e nella mobilitazione. Fedorov ha poi detto che il conflitto con lo Stato maggiore gli era stato indicato come ragione ufficiale, aggiungendo il sospetto che le riforme negli appalti avessero colpito interessi potenti.
Anche l’idea che si tratti della prima ammissione del rischio di sconfitta dal 2022 va corretta. Nell’aprile 2024 Zelensky aveva già avvertito che l’Ucraina avrebbe perso la guerra senza l’aiuto necessario del Congresso degli Stati Uniti. La novità, questa volta, è un’altra: un ex responsabile diretto della Difesa passa in poche settimane da un messaggio di iniziativa riconquistata a una critica radicale dello Stato.
La verifica più importante non arriverà dalla disputa tra ex ministro e presidenza, ma dai prossimi mesi. Se Kiev riuscirà a trasformare tecnologie, mobilitazione e sostegno internazionale in risultati più coordinati, la traiettoria potrà cambiare. Se non accadrà, le parole di Fedorov diventeranno parte di un confronto ancora più duro sulla leadership ucraina in tempo di guerra.