L'accesso a un giardino o a uno spazio verde non è mai stato solo una questione di estetica o di piacere personale. Dopo un'estate caratterizzata da ondate di calore sempre più intense e prolungate, la possibilità di trascorrere del tempo all'aperto in un ambiente sicuro e ombreggiato sta emergendo come un vero e proprio indicatore di disuguaglianza sociale e sanitaria. È la tesi al centro del progetto editoriale e di ricerca portato avanti da Mehlaqa Khan, chef, ricercatrice e scrittrice con base a Londra, nonché direttrice di Wataan, pubblicazione che esplora il tema della casa in tutte le sue declinazioni.
Khan sta attualmente lavorando a «Stories of Spice», un progetto che intreccia giardinaggio, ricerca e scrittura, nato proprio dall'osservazione di come lo spazio verde domestico non sia distribuito in modo equo. In un contesto urbano come quello londinese, dove gli appartamenti senza balcone o cortile sono la norma per molte famiglie, la possibilità di coltivare piante, erbe aromatiche o semplicemente di sedersi all'ombra diventa un lusso riservato a chi può permetterselo. Non si tratta solo di benessere psicologico, ma di una questione concreta di salute pubblica: durante le ondate di calore, gli spazi verdi riducono le temperature percepite, migliorano la qualità dell'aria e offrono un rifugio termico a chi non ha accesso a un'aria condizionata adeguata.
La riflessione di Khan si inserisce in un dibattito più ampio che negli ultimi anni ha coinvolto urbanisti, epidemiologi e amministrazioni locali. Studi condotti in diverse città europee hanno dimostrato che i quartieri più densamente costruiti e con minore presenza di verde urbano registrano temperature estive più elevate e tassi più alti di ricoveri per patologie legate al caldo. In questo senso, l'orto domestico o il giardino condiviso non sono semplici passatempi: diventano strumenti di adattamento climatico e di equità sociale. La stessa Khan, attraverso il suo lavoro editoriale, esplora come il concetto di «casa» si estenda oltre le mura domestiche, includendo l'ambiente circostante e le relazioni che in esso si sviluppano.
Il progetto «Stories of Spice» non si limita però alla denuncia. Khan utilizza il giardinaggio come pratica di ricerca e di narrazione, intrecciando storie di migrazione, memoria e identità legate alle piante e alle spezie. Le sue pubblicazioni, apparse su testate come Bia Zine, Chicken and Bread Zine, Service95, Toothsome Magazine, Purana Pakistan e Vittles, testimoniano un interesse costante per il modo in cui il cibo e la coltivazione attraversano culture e generazioni. In questo quadro, la rivendicazione di uno spazio verde accessibile diventa anche una rivendicazione culturale: il diritto a coltivare le proprie radici, letteralmente e metaforicamente.
La questione assume particolare urgenza in Italia, dove molte città presentano una forte densità abitativa e una distribuzione disomogenea del verde pubblico. Balconi, cortili e orti urbani rappresentano spesso l'unica possibilità di contatto con la natura per chi vive in appartamento. Eppure, l'accesso a questi spazi dipende da fattori economici, contrattuali e normativi che sfuggono al controllo dei singoli. Affrontare il tema come una questione di salute pubblica significa ripensare le politiche urbanistiche, incentivare la creazione di spazi verdi condivisi e riconoscere che il benessere collettivo passa anche da un balcone fiorito o da un'aiuola di quartiere.
La proposta che emerge dal lavoro di Khan e da un numero crescente di voci nel dibattito internazionale è chiara: non si tratta di trasformare ogni cittadino in un giardiniere, ma di garantire che nessuno sia escluso dalla possibilità di accedere a uno spazio all'aperto sicuro, ombreggiato e vivibile. Dopo un'estate di caldo estremo, questa non è più una rivendicazione estetica, ma una necessità sanitaria e sociale che riguarda tutti.